Vento, pioggia, mareggiate. Il ciclone Harry ha fatto paura, ma niente a che vedere con gli uragani dei Caraibi o del sud est asiatico. Il professor Antonello Pasini, fisico del clima e primo ricercatore dell’istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR, spiega su Videolina, ospite di Radar, che cosa è successo: «La macchina Terra si sta manifestando, non solo con l’aumento delle temperature».
E da fisico del clima studia tutto il resto…
«Nella sua complessità. Aumentano gli eventi estremi, si passa dalla siccità alle precipitazioni violente, arrivano le ondate di calore e le grandi perturbazioni. Dobbiamo adattarci e scongiurare situazioni difficili».
Harry che cosa è stato esattamente?
«Un ciclone extratropicale. Con una dinamica diversa da quelli tropicali, che vediamo in tv con la loro forza distruttiva. C’è stata una bassa pressione afro mediterranea che ha prodotto la tempesta perfetta: onde altissime, più in Sicilia che in Sardegna».
Perché?
«Perché c’è più mare libero: la Sicilia a est-sud est ha tutto il Mediterraneo orientale. La Sardegna ha soltanto il mar Tirreno, che è più piccolo. Ed ecco il fenomeno. Poi le forti precipitazioni e il dissesto del territorio».
Per fortuna eravamo pronti.
«Sulle previsioni tutto ha funzionato perfettamente. Molti modelli meteorologici hanno visto questo evento addirittura una settimana prima. Quindi la protezione civile è stata in grado di dare in anticipo indicazioni precise. Il sistema è molto efficiente: si sono fatte le chiusure necessarie, non ci sono state vittime».
Efficienza promossa, ma la prevenzione?
«Siamo ancora un po’ carenti. La gestione del territorio deve essere molto decisa, perché dobbiamo adattarci a questi fenomeni. Li avremo sempre, quindi dobbiamo evitare di determinare condizioni peggiori».
Si riferisce al riscaldamento?
«Soprattutto. Se continuiamo con l’anidride carbonica e altri gas serra in atmosfera per effetto delle combustioni fossili la situazione peggiorerà parecchio. Fino a punti dove sarebbe difficilissimo adattarsi e difendersi».
Sappiamo di essere vulnerabili. Ma prevale la «tempesta dell’indifferenza».
«Fino a due decenni fa il cambiamento climatico era considerato qualcosa che avrebbe colpito le future generazioni, i nostri figli, i nostri nipoti. Adesso con l’aumento degli eventi estremi si è capito che dobbiamo fare qualcosa subito. Ma restano alcune dinamiche particolari».
Politiche?
«Non sempre è facile dire che le cose non vanno bene. Vale anche per il mondo della comunicazione. Ma bisogna agire sui fenomeni, scongiurare conseguenze gravi. Il punto è politico: si ragiona con scadenze di cinque anni, in funzione delle elezioni. Quindi i politici sono portati a risolvere emergenze contingenti».
E invece serve lo sguardo lungo.
«Se vogliamo soltanto tamponare i danni poi non possiamo fare nulla sulla crisi di lungo periodo. Bisogna fare qualcosa ora. Anzi, molto di più».
Lei ha detto che «bisogna accompagnare la natura».
«Significa armonizzare la nostra dinamica umana con quella della natura. Non dobbiamo soggiogarla: regimentare le acque, fare argini sempre più alti. Se il cambiamento climatico continua come stiamo vedendo, non si combatte così. La natura va assecondata. Se si prevede l’esondazione di un fiume, dovrà avvenire dove i danni saranno minori. Come le coste che vanno rinaturalizzate, o le dune che vanno recuperate».
E le case costruite in zone a rischio?
«Bisogna rilocalizzare gli insediamenti. Se in alcuni posti non ci si può stare perché è troppo pericoloso, allora non ci si deve stare. Sì, è un'azione radicale. Ma si salvano vite umane».
Troppe tragedie. E mi pare poca cultura del rischio.
«Non solo. La cultura del rischio è anche cultura della legalità. Da un lato insegno a scuola cosa fare in caso di inondazione, dall’altro bisogna smettere di pensare che fare un abuso sia una furbata del genio italico. Ti porta solo benefici? No. Perché se costruisci vicino a un fiume rischi di perdere tutto. Qualche volta anche la vita».
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