Il confronto.

All’estero per investire sul futuro 

Il programma Erasmus: «Così si impara ad affrontare problemi e difficoltà» 

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Non soltanto una partenza, una lingua da imparare o un periodo di studio lontano da casa. L’Erasmus è un’occasione per mettersi alla prova, conoscere culture diverse e tornare con uno sguardo nuovo su se stessi e sul mondo. È il filo dell’incontro organizzato ieri alla Mediateca del Mediterraneo dall’associazione Studio L&P per gli Erasmus Days, con il patrocinio del Comune.

Le storie

Tommaso Corda ha trascorso sei mesi a Murcia, in Spagna, e partecipato a uno scambio con ragazzi turchi. «Ho imparato ad accettare situazioni che sapevo mi avrebbero messo in difficoltà. Vedere che anche gli altri affrontano problemi e incertezze mi ha aiutato a vivere con più tranquillità e comprensione». Per Younes Daoudi, studente dell’Università, l’esperienza a Rennes, in Francia, è stata soprattutto un’occasione di incontro. «La cosa più bella è stata condividere le nostre culture, fare nuove conoscenze e creare ricordi insieme. È un’esperienza che consiglio, perché ti arricchisce sia dal punto di vista personale sia per lo studio e il lavoro».

Condivisione

«L’Erasmus non è soltanto un viaggio. È convivere con persone che hanno mentalità diverse dalla nostra, confrontarsi con le loro abitudini e imparare a conoscerle». Gabriella Longu, ambasciatrice Erasmus+ per l’Educazione degli adulti, sottolinea come l’esperienza aiuti a superare paure e pregiudizi. Il programma, nato nel 1987, oggi coinvolge anche chi torna a formarsi in età adulta. «È un modo per comprendere il valore dell’Europa e della collaborazione tra i popoli».A tal senso aiutano i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), scuole pubbliche dedicate a chi vuole completare gli studi, imparare l’italiano o acquisire nuove competenze. E sono tanti gli studenti che grazie all’Erasmus hanno potuto affrontare dei percorsi all’estero: Cinzia Concas, di Elmas, è andata in Romania per un corso da birraia; Angelika Veres, di Sassari, in Ungheria per la panificazione; Demetrio Roccu, anche lui sassarese, in Olanda per un corso di caseificazione.

I numeri

Al Cpia di Cagliari, spiega il dirigente Gian Matteo Sabatino, «nell’ultimo anno gli iscritti sono stati circa 5.800: il 60 per cento stranieri e il 40 per cento italiani». Per Sergio Vincenzo Calcina, dirigente del Cpia di Oristano, le mobilità offrono a un’utenza spesso fragile «possibilità che altrimenti resterebbero precluse», aprendo nuove strade personali e professionali.

Partenze e ritorni

Ma partire dalla Sardegna significa davvero perdere competenze? Longu invita a non parlare di «fuga di cervelli»: «Credo che sia più corretto ampliare per tutti le possibilità di trovare una propria identità professionale in un qualunque Paese d’Europa, purché le persone siano felici e possano realizzare il loro progetto di vita. È giusto rispettare chi vuole andare fuori: non è soltanto una questione di salari, ma anche il bisogno di intraprendere nuove strade e conoscere. Perché poi qualcuno a volte ritorna».

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