«Dobbiamo andare avanti, non ci fermiamo davanti a chi ha compiuto questo gesto stupido». In via del Collegio, l’imam Mehrez Triki guarda già avanti dopo l’attentato incendiario alla moschea Al Hoda. «La vicinanza del quartiere mi ha fatto piacere», prosegue, «è venuto a trovarci anche don Marco Lai, di questo siamo molto contenti». I residenti hanno ribadito anche ieri tutta la propria solidarietà. «Siamo una grande comunità», hanno confermato gli abitanti della Marina. Ieri in tanti hanno fermato l’imam per un saluto e per chiedere se avesse bisogno di una mano a risistemare la facciata della moschea, come l’insegna danneggiata dal rogo. A spegnere le fiamme, alle 4 del mattino, è stato Roberto Mamia. Abita nella palazzina accanto alla moschea ed è sceso subito in strada dopo essere stato avvisato da un’altra vicina di casa. «Ho preso una pompa e siamo riusciti a fermare l’incendio prima che divampasse», ha raccontato, «qui alla Marina siamo una grande famiglia».
«Rispetto reciproco»
«Questo episodio non ha colpito solo la comunità musulmana, ma l’intera città», dice Sandra Orrù dell’associazione “Apriamo le finestre alla Marina”. «Condanniamo fortemente il gesto», prosegue, «nel nostro quartiere non c’è spazio per l’intolleranza, per l’odio o la violenza nei confronti di chi vive la propria fede in modo pacifico e nel rispetto delle regole comuni. C’è sempre stato un rispetto reciproco e continuerà a esserci. La storia della Marina, come quella di Cagliari, è una storia di incontri, di scambi e di persone provenienti da culture diverse che hanno contribuito alla crescita della città. Questa ricchezza va difesa ogni giorno. Alla comunità colpita va la nostra solidarietà. A tutti noi spetta il compito di trasformare questa vicinanza in impegno quotidiano affinché nessuno si senta isolato o escluso. Ribadiamo», conclude, «che ci vorrebbe inoltre più attenzione nei confronti del quartiere da parte del Comune».
In preghiera
Ieri in via del Collegio è tornata la normalità. Come ogni venerdì, il giorno in cui la comunità si riunisce per le preghiere, i residenti hanno spostato di propria iniziativa le proprie auto in modo da permettere alla comunità di stendere i tappeti nella strada davanti alla moschea. «Lo facciamo sempre volentieri, non ci crea nessun disturbo», raccontano. A mezzogiorno l’imam inizia a tirare fuori i tappeti da preghiera. Poco a poco arrivano i fedeli finché, dopo le 13.30, non inizia la “messa”. «Qui ci vogliono tutti bene», ha detto l’imam Mehrez Triki, «lo dimostrano anche lasciandoci la strada libera per fare la messa del venerdì. Speriamo non accada mai più niente di simile, Cagliari è sempre stata tranquilla».
I messaggi
Nel frattempo, anche ieri, sono arrivati nuovi messaggi di solidarietà. Si è unita alla condanna del gesto l’associazione “Chenàbura Sardos Pro Israele”: «L’incendio doloso di una moschea è un atto vile, inaccettabile e contrario a ogni principio di convivenza civile», si legge nella nota, «condanniamo con fermezza questo crimine. Nessuna divergenza politica, culturale o religiosa può giustificare comportamenti che alimentino odio e divisione tra le comunità».
«Il livello di violenza verbale usato da certe frange politiche estreme è sempre più alto e dalle parole è facile passare poi ai fatti. Questo non contribuisce a rendere migliori le nostre vite», è invece il messaggio di Mauro Carta, presidente regionale delle Acli, «la costruzione di comunità in cui vivono persone di varie fedi e varie culture è un processo che va seguito, fomentare la violenza non servirà a nulla».
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