Napoli

Addio Domenico. I medici indagati per omicidio 

La madre: «Ora è un angioletto. Voglio verità». Il chirurgo: «Ho fatto quanto umanamente possibile» 

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Napoli. Sono le 9,30 del mattino quando l’avvocato Francesco Petruzzi conferma ai giornalisti: «Il piccolo Domenico è morto». Un’ora dopo Patrizia Mercolino, la madre del piccolo finito vittima di un’aberrante catena di errori sanitari, dice a “Mi Manda Rai Tre”: «Mi hanno chiamata stanotte, verso le 4, dicendomi che la situazione stava peggiorando, perché la macchina, l’Ecmo, stava iniziando a rallentare. Sono rimasta fino all’ultimo, fino a quando si è dovuta spegnere la macchina: ed è finita». E poi: «Lunedì andrò a firmare dal notaio per fare una fondazione a nome di Domenico, se ne occuperà il mio avvocato: voglio farlo perché Domenico non sia dimenticato e per aiutare altri bambini». Più tardi aggiungerà: «Domenico se n’è andato, è diventato un angioletto, e io farò un modo che non sia dimenticato e poi faremo giustizia. Cosa chiedo alla giustizia? La verità».

L’indagine

Ed è la ricerca di giustizia e verità a dare il ritmo alle agenzie di stampa che si susseguono per tutta la giornata, fino alla notizia degli avvisi di garanzia per i sei professionisti che hanno avuto parte nel trapianto di un cuore che anziché salvare il bambino lo ha condannato, notificati contestualmente al sequestro dei loro telefoni cellulari. A breve nel registro potrebbero essere aggiunti altri nomi, ma intanto i sei - in vista dell’autopsia che sarà disposta a breve dalla Procura di Napoli - sono chiamati dagli inquirenti a rispondere di omicidio colposo e non più delle lesioni colpose gravi ipotizzate fino al decesso del piccolo paziente. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci hanno disposto il sequestro della salma del bimbo, vittima dell’intervento fallito del 23 dicembre e rimasto in coma fino alle prime ore di ieri mattina. Al termine dell’esame autoptico il cuore sarà posto sotto sequestro in vista degli accertamenti medici che verranno disposti dagli investigatori. I carabinieri del Nas (coordinati da Alessandro Cisternino) sono tornati ieri al Monaldi, dove si è recato anche il procuratore Ricci. Uno dei sei indagati ieri si difendeva tramite i suoi avvocati. «Ha fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso, e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico, peraltro lottando contro il tempo e contro i minuti», hanno detto Alfredo Sorge e Vittorio Manes, legali del cardiochirurgo Guido Oppido, che il 23 dicembre eseguì il trapianto.

I box inutilizzati

Da giorni prosegue l’esame del materiale raccolto e si ascoltano persone informate sui fatti. Gli accertamenti mirano a fare luce sulla catena di eventi che avrebbe portato al danneggiamento dell’organo, prelevato a Bolzano da una équipe partita da Napoli e arrivato a destinazione danneggiato dalla bassissime temperature a cui è stato esposto per tutto il viaggio di ritorno. Si lavora anche sulle date di acquisto e sulla disponibilità dei box di ultima generazione per il trasporto degli organi. Secondo quanto emerso dall’audit interno del Monaldi nell’ospedale ce n’erano tre, rimasti inutilizzati. Quel giorno si sarebbe preferito un box ormai fuori dalle linee guida, ma che sarebbe stato comunque efficace se si fosse adoperato il giusto refrigerante. Pare che la scelta sia stata determinata dal fatto che la équipe in partenza per Bolzano non era ancora stata formata per l’uso dei box hi-tech.

La seconda squadra

Gli inquirenti partenopei attendono poi gli atti acquisiti a Bolzano dal Nas di Trento: tra questi anche le testimonianze raccolte per accertare chi abbia reperito il ghiaccio secco (erroneamente usato al posto di quello tradizionale) sistemato nel frigo della squadra napoletana. Come è ormai noto, malgrado fosse “bruciato” dal gelo il cuore è stato comunque impiantato nel bimbo e non è mai ripartito. Andrà chiarita anche la catena delle responsabilità nella camera operatoria del Monaldi: se ci si fosse accorti dell’inservibilità del cuore nuovo prima di espiantare quello di Domenico, il bimbo sarebbe rimasto vivo, con un organo malato ma comunque funzionante. E ieri l’avvocato Petruzzi indicava un ulteriore scenario: «Potrebbero esserci stati danni all’organo già in fase di espianto, è una ipotesi che mi è stata paventata in procura. Lì c’era anche un’altra equipe che era venuta per prelevare altri organi, potrebbe esserci stata una sovrapposizione».

«No ai processi sommari»

E mentre gli investigatori lavoravano e molta gente comune si radunava davanti al Monaldi per solidarizzare con la famiglia del bambino, ieri i sindacati dei medici invitavano a non cedere alla voglia di processi sommari, che potrebbero disincentivare nell’opinione pubblica le donazioni di organi. Guido Quici, presidente della Cimo Fesmed, sindacato che riunisce 16mila e 500 medici ospedalieri, ieri chiedeva di investire di più nella formazione, ricordava che la carenza di medici rende più facile l’errore e chiedeva «una comunicazione non terroristica, senza nascondere nulla ma che non demonizzi l’intero sistema», altrimenti i pazienti in attesa di trapianto potrebbero vedere allungare i tempi di attesa.

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