Una domenica mattina alla Marina ha un profumo e un rumore tutto suo. Al cagliaritano si mischiano lingue provenienti da ogni parte del mondo: quelle dei turisti, in fila per un tavolino, e quelle dei nuovi residenti. Arrivano soprattutto dal Bangladesh, ma anche dal Senegal e Pakistan. La lista del, per dirla all’ingelse, del «Melting pot» alla Marina è lunga e colorata. Secondo i dati comunali, nel 2025 gli stranieri sono 504: il 20,35% della popolazione, un residente su cinque. Così, ai piedi di Sant’Eulalia, capita che un ristorante indiano conviva con i locali di malloreddus e spaghetti allo scoglio.
Lo scenario
Un mosaico di culture e sapori dunque, ma anche di contrasti. Ai ristoranti si affiancano b&b, case vacanza e negozi di souvenir e calamite. Una vitalità che convince i visitatori, ma che lascia nei residenti una domanda: cosa resterà del quartiere che conoscono? Italo Pau, storico esercente del quartiere, lo racconta attraverso la propria casa. «Il cambiamento è innegabile. Sotto di me vivevano due famiglie. Ora sono rimasto solo io: al loro posto ci sono due b&b». E per i giovani cagliaritani trovare un tetto è una sfida persa: «Gli affitti sono proibitivi e comprare è praticamente impossibile». Intanto le botteghe artigiane si assottigliano e le attività legate al turismo prendono il loro posto.
La vita quotidiana
Il cambiamento si misura anche nelle piccole cose: parcheggio introvabile, rifiuti lasciati in strada, servizi che mancano. «Hanno pedonalizzato il quartiere per tutelarlo, ma al posto delle auto ci sono tavolini ovunque», osserva Sandra Orrù, presidente del comitato Apriamo le finestre alla Marina. Massimiliano Hellies, residente, ricorda di aver impiegato un’ora e quaranta minuti per parcheggiare. E sui rifiuti richiama alle proprie responsabilità residenti, turisti e gestori delle case vacanza: accogliere, dice, «significa anche spiegare le regole e rispettare gli spazi comuni».Per Orrù, però, il punto è ancora più profondo. «Quale direzione vogliamo dare al quartiere?». Se ristoranti e b&b crescono senza servizi per chi ci vive, avverte, «il rischio è che i residenti scappino». Non una battaglia contro il turismo, ma la richiesta di non dimenticare chi la Marina la abita , «e la ama», ogni giorno.
La convivenza
Per Pau, la Marina ricorda «la Londra di tanti anni fa»: provenienze diverse e una convivenza che definisce «pacifica». Hellies invece è più cauto e parla di «multieconomia» più che di multiculturalità: i rapporti, spesso, «si fermano al lavoro e al commercio, senza trasformarsi in legami profondi». Eppure qualcuno prova a costruirli. Mabi Sanna, avvocata full time e artista per passione, ha aperto una sala d’arte in via Arquer e sogna una strada di artigiani e creativi. Con il progetto «Non bruciate Sigismondo» organizza iniziative per far incontrare le persone e restituire alla strada occasioni di vita condivisa. Perché «quando i residenti scompaiono – avverte – anche le piazze si svuotano»: resta il rumore dei locali, ma può mancare la voce di una comunità.
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