Malé. «Sulla Duke of York c’erano venti persone e tre dive master, più Benedetti, che era istruttore, il più alto in grado sullo yacht. I ricercatori, sotto il coordinamento della professoressa Monica Montefalcone, si immergevano a gruppi di quattro o cinque, ciascun gruppo con una guida. Il permesso di cui si parla in questi giorni non è per le immersioni, ma per l’attività scientifica: viene da sé dunque che ad averlo dovessero essere i ricercatori e non le guide. Così come è scontato che i ricercatori non si immergessero senza guide». A spiegarlo è Orietta Stella, la legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat, che ha venduto il pacchetto per la crociera scientifica nella quale hanno perso la vita cinque italiani. Stella, sub esperta oltre che donna di legge, da domenica è a Malè, capitale delle Maldive. «Il permesso per le varie attività sui fondali - aggiunge - era stato rilasciato dal governo maldiviano al gruppo scientifico. È un’autorizzazione amministrativa e resta il problema che questo documento non fa riferimento alla profondità e non è esplicitato se potessero fare o meno missioni esplorative. Mi sembra che il governo maldiviano l’abbia interpretato in maniera ampia: dove non si richiama un divieto, c’è la deroga».
«Il dive master - aggiunge l’avvocata - è un brevetto subacqueo che in italiano significa che fa la guida subacquea. È il brevetto immediatamente inferiore all’istruttore. Delle guide che erano in barca, tre erano dive master e uno solo, cioè la vittima, Gianluca Benedetti, era istruttore. Fra gli ospiti, quanto ai brevetti, erano i più vari e andavano dall’open water, primo livello, all’advanced, secondo livello, all’aiuto istruttore, ai dive master e all’istruttore. Quindi il gruppo delle venti-ventiquattro persone era suddiviso per abilità subacquea, cioè per il brevetto conseguito, e andavano in acqua con una guida, che li accompagnava e assisteva nelle operazioni di ricerca, prelievo e quant'altro, alla profondità consentita dal loro brevetto». «Dove li hanno trovati - ha proseguito riferendosi ai cinque italiani morti nella grotta nell’atollo di Vaavu - era ambiente talmente ostico che bisognava essere molto preparati. Che io sappia, nessuno di loro era mai stato là».
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