La rivincita di Natascia: «Umiliata e obesa, così ho sconfitto i pregiudizi su di me»
Fotografa di Sedilo, da anni racconta nelle scuole la sua esperienza: «L’obiettivo è dare ai ragazzi uno spazio sicuro in cui riconoscersi, esprimersi e sentirsi ascoltati»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Tante altre persone, al suo posto, si sono arrese all’ignoranza e alla cattiveria mettendo fine ad una esistenza fatta di angherie. Lei invece no. Natascia Curreli, per tutti Naty, fotografa sedilese di 30 anni, continua orgogliosamente una battaglia che non è solo personale, ma in nome di quanti subiscono o hanno subito le sue stesse offese.
Da anni gira le scuole dell’Isola (due giorni fa alle medie di Fonni e Mamoiada, ma il suo tour l’ha portata anche a Silanus, Cagliari, Selargius, Quartu, Quartucciu, Sorgono, Belvì, Gonnosfanadiga) per raccontare ai ragazzi la sua esperienza di vittima di bullismo.
La sua storia, segnata sin da bambina da offese e umiliazioni, è diventata oggi un esempio di resistenza e consapevolezza. Natascia non ha paura di dire che l’aspetto fisico non è tutto, e lo fa con una sincerità che arriva dritta ai ragazzi. «Sin dalle elementari sono stata vittima di bullismo per via del mio peso: cicciabomba, maiale, scrofa, mongolfiera e chi più ne ha più ne metta. Risate durante l’ora di ginnastica, biglietti anonimi con offese, urla mentre tornavo a casa. È andata avanti così per tutti gli anni delle elementari e delle medie.
Poi le superiori: speravo che la situazione cambiasse, invece è peggiorata. Alle solite offese si sono aggiunti i gesti: palline di carta stagnola nel pullman, chewing gum nei capelli, posti occupati con le borse per non farmi sedere. E io, invece di rispondere, stavo lì, zitta, e subivo. Questo è stato il mio errore: stare zitta».
Il silenzio, racconta, è diventato una gabbia. «Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, ogni mattina andare a scuola era un trauma. Mi chiudevo in me stessa e stavo male, ma nessuno lo capiva. Io però ho avuto la forza di andare avanti, di affrontare tutti e di capire che non sono diversa: sono come gli altri, una persona che nonostante i suoi chili di troppo vale e può fare tutto».
Il suo racconto si fa ancora più duro quando parla di chi non ce l’ha fatta: «Molti ragazzi e ragazze non sono stati forti come me: hanno perso la battaglia e si sono suicidati. Ogni giorno moltissimi giovani pensano al suicidio, e questo dovrebbe farvi capire che le parole hanno un peso. Le parole fanno male come una coltellata. Insegnate ai vostri figli, ai vostri studenti, ai vostri amici a pesare le parole: siamo tutti uguali, maschi, femmine, grassi, magri, omosessuali, etero, di colore o cinesi. Siamo persone come tutti gli altri».
Da questa esperienza nasce nel 2018 Diamoci del tu, un progetto che Natascia porta avanti insieme agli avvocati Gino Emanuele Melis e Roberta Lisci. Un percorso costruito per creare connessioni autentiche, abbattere distanze emotive e dare voce a chi spesso non viene ascoltato. «Raccontiamo storie vere, come la mia – sottolinea – senza filtri, entrando in contatto diretto con le persone, soprattutto con i più giovani. Nelle scuole affrontiamo temi fondamentali come bullismo e cyberbullismo, creando momenti di dialogo aperto e autentico. L’obiettivo è sensibilizzare, ma soprattutto dare ai ragazzi uno spazio sicuro in cui riconoscersi, esprimersi e sentirsi ascoltati».
Il progetto utilizza un linguaggio semplice, diretto, umano. «L’intento - afferma Natascia - è creare uno spazio in cui le persone possano riconoscersi, sentirsi meno sole e trovare il coraggio di esprimersi. Attraverso immagini, parole e presenza reale cerchiamo di trasformare il dialogo in uno strumento concreto di cambiamento».
