Un piano strategico in cinque punti per affrontare la crisi del comparto Pesca. Il programma è stato definito a seguito dell’incontro a Porto Torres, nei locali del Museo del Porto, un evento inserito nel programma di Sa Die de Sa Sardignia, organizzato dalla Federazione distrettuale di Sassari - Dipartimento Agricoltura, Pesca e Ambiente, che ha messo in piedi una tavola rotonda dal titolo “La pesca e l’acquacoltura in Sardegna- Criticità e Proposte del Partito Sardo d’Azione”.

Alla presenza del segretario nazionale Christian Solinas, del suo vice Gian Carlo Acciaro e del segretario di federazione Gavino Gaspa, moderato dal Coordinatore del Dipartimento Tore Piana, si è sviluppato un dibattito che ha visto la partecipazione di operatori della pesca e di imprese che traggono il loro reddito dalla “economia del mare”. Il Piano di azione punta sull’obiettivo di regolare lo sforzo di pesca basandosi su dati reali e non solo su burocrazia, introducendo la rotazione delle aree.

Il secondo punto riguarda la necessità di istituire aree di mare a recupero biologico e fermi integrali temporanei monitorati dalla scienza. Inoltre occorre sostenere il rilascio di specie ittiche e la maricoltura rigenerativa in sinergia con le Università; finanziare l'ammodernamento delle reti per ridurre le catture accidentali e aumentare la selettività e, infine, il reddito ai pescatori, in quanto nessuna sostenibilità ambientale è possibile senza la sostenibilità economica delle marinerie, che vanno incentivate per le loro pratiche responsabili.

Benedetto Sechi, presidente del Flag Nord Sardegna, ha evidenziato che il pescato sardo c'è ed è di qualità elevata, ma che senza infrastrutture portuali moderne e filiere organizzate, continuerà a perdere valore aggiunto. «La pesca in Sardegna non può continuare ad essere trattata come settore marginale. È un comparto economico primario che incide su occupazione, identità territoriale e sicurezza alimentare», ha esordito Piana, rimarcando poi che i Sardi vivono in un’isola circondata dal mare, eppure sono costretti a mangiare pesce che arriva da fuori. Oltre il 70-80% dei prodotti ittici presenti sui banchi delle pescherie e della grande distribuzione in Sardegna è d'importazione, proveniente dalla Penisola o dall'estero. «Questo è un dato che grida vendetta per un'isola che vanta una flotta di oltre 1.300 imbarcazioni e un giro d'affari potenziale di svariate centinaia di milioni di euro», ha concluso il dirigente sardista.

I dati sciorinati dai relatori presentati al tavolo raccontano di un settore che, nonostante tutto, muove un'economia imponente. La flotta sarda si affida per il 70% alla piccola pesca artigianale (circa 900 barche), lasciando allo strascico un 10% e ai sistemi misti il restante 20%. Tra catture in mare (fino a 30.000 tonnellate annue) e acquacoltura (fino a 14.000 tonnellate), la Sardegna produce ogni anno tra le 30.000 e le 44.000 tonnellate di prodotto. Il valore reale dell'intera filiera – includendo trasformazione, ristorazione e distribuzione – supera i 400 milioni di euro, ma gran parte di questa ricchezza non resta nel circuito locale a causa dell'invasione di prodotto estero e della debolezza strutturale del mercato interno. Sull'annoso scontro tra tutele ambientali e lavoro, ha fatto il punto Mariano Mariani, direttore uscente del Parco di Porto Conte: «Il mare sardo è un ecosistema fragile ma produttivo. La sfida non è limitare la pesca, ma costruire regole intelligenti che permettano il ripopolamento senza distruggere il lavoro delle comunità costiere».

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