È stato inviato a Bruxelles lo schema di decreto interministeriale che introduce l'indicazione obbligatoria dell'origine della materia prima per la filiera del grano e della pasta in Italia.

Il documento prevede che le confezioni di pasta dovranno riportare in etichetta il Paese di coltivazione del grano e quello di molitura (dove avviene la macinazione). Se le due fasi si sviluppano in territori diversi, possono essere utilizzate le dizioni: “Paesi Ue”, “Paesi non Ue”, “Paesi Ue e non Ue”. Nel caso il grano duro sia coltivato per il 50% in un solo Stato (ad esempio, l’Italia) si potrà invece usare la dicitura “Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue”.

La Commissione europea sottoporrà il testo del decreto agli altri Stati membri per le relative osservazioni. Ma le regole non si applicheranno alla pasta realizzata in altri Paesi Ue, né agli alimenti da esportare, visto che le norme di etichettatura sono relative al mercato di destinazione.

L’obiettivo è rendere ancor più trasparenti le informazioni ai consumatori e rafforzare il Made in Italy. “Con questo provvedimento – ha commentato il Ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina – l’Italia vuole sperimentare per prima un nuovo sistema di etichettatura che valorizzi le nostre produzioni di grano e pasta, come abbiamo fatto con quelle lattiero-casearie”.

Sul punto sono però arrivate le critiche di Barilla. Il colosso italiano, come ha spiegato il responsabile relazioni esterne Luca Virginio, “nutre forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta”. L’obbligo, nella sua attuale versione, “confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola - conclude Virginio - non è infatti sinonimo di qualità”.
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