Prime ripercussioni sull’economia globale dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran. 

La guerra esplosa in Medio Oriente fa volare il prezzo del petrolio e anche il gas ha fatto segnare un balzo addirittura del 36%, ai massimi da febbraio del 2025.

Grande preoccupazione desta la chiusura dello Stretto di Hormuz, che costituisce l'unico collegamento marittimo tra il Golfo Persico e il Mar Arabico e, dunque, il principale corridoio di uscita per il petrolio prodotto nella regione. Insomma, uno degli snodi più delicati dell’intero sistema energetico mondiale.

Situato tra Oman e Iran, è profondo e sufficientemente largo (circa 50 km all'ingresso e 33 km in uscita, nel punto più stretto) da consentire il transito delle più grandi petroliere al mondo.

Lo stretto di Hormuz evidenziato dal bollino rosso

L'Eia, Energy Information Administration statunitense, stima che nel 2024 attraverso Hormuz siano transitati in media circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di greggio, distillati e gas. E nel primo trimestre del 2025 i flussi sono rimasti sostanzialmente stabili: lo stretto ha veicolato oltre il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e circa un quinto di prodotti petroliferi. Anche il gas naturale liquefatto è fortemente legato a questo corridoio: circa il 20% degli scambi globali di Gnl è passato da qui nel 2024, in larga parte dal Qatar.

La centralità di Hormuz lo rende un tipico “collo di bottiglia” delle rotte marittime internazionali. La chiusura, se prolungata, potrebbe provocare ritardi nelle consegne, dunque un aumento dei costi di trasporto e forti tensioni sui prezzi dell’energia. Gli effetti della guerra tra Usa-Israele e Iran si stanno già avendo, sia sul mercato del greggio sia per il gas. A differenza di altri snodi aggirabili con rotte alternative, le opzioni per bypassare Hormuz sono limitate e non in grado di sostituire integralmente i volumi in transito dallo Stretto. 

(Unioneonline)

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