Dramma lavoro: un sardo su tre guadagna meno di mille euro
Allarme della Cisl: «Oggi ci sono più occupati ma con meno diritti e buste paga troppo basse». La storia di ElisabettaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Hanno una busta paga, ma finiscono i soldi molto prima che si chiuda il mese. Sono i lavoratori poveri, termine coniato dagli inglesi già nell’Ottocento per indicare gli stipendi che non garantiscono la sopravvivenza. In Sardegna succede a un occupato su tre.
A lanciare l’allarme è il segretario generale della Cisl Sardegna, Pier Luigi Ledda: «Parliamo intanto di un’occupazione caratterizzata da una forte precarietà. Tra le nuove assunzioni, i contratti stabili superano di poco l'11%. In tutti gli altri casi, quasi nove su dieci, il reclutamento è a termine o con forme di lavoro discontinuo». Ledda, per questo, chiede alla Regione «un modello stabile e strutturale di politiche attive che tenga insieme occupazione, competenze, qualità del lavoro e sostenibilità delle pensioni. Non basta creare posti: occorre che questi generino redditi adeguati, carriere piene e contributi solidi. Altrimenti l’Isola rischia di consolidare un mercato duale: più occupati ma più fragili; più flussi di ingresso ma meno diritti; più buste paga ma con meno valore».
I salari da fame trovano riscontro nella retribuzione media annua: in Sardegna, secondo il rapporto Bes dei territori, pubblicato a fine 2025 dall’Istat, è di 17.642 euro, «sono seimila in meno rispetto al dato nazionale», sottolinea ancora il sindacalista. C’è poi il problema di genere: sempre sul lavoro dipendente, «il 45% delle donne ha un contratto precario», spiega ancora Ledda.
Insomma, un’emergenza che emerge anche dal racconto di Elisabetta, intervistata sulle pagine de L’Unione Sarda oggi in edicola: «Vivo con 500 euro al mese e l’unico lusso che posso permettermi è andare a mangiare la pizza fuori con mio marito una volta al mese».
