Un’opera sarda plurilingue entra nel catalogo della Universal Edition di Vienna
Si tratta di “Martino il Giovane e la Bella di Sanluri”Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Due artisti, il librettista Andrea Deplano e il compositore Fabrizio Marchionni, che con orgoglio offrono al mondo contemporaneo “Martino il Giovane e la Bella di Sanluri”, un’opera lirica in due atti che intreccia sardo, italiano, catalano e castigliano, entrata nel catalogo della Universal Edition. Un fatto, per usare le parole dello stesso Deplano, semplicemente eccezionale. Lo abbiamo incontrato dopo la presentazione di venerdì scorso al Conservatorio di Cagliari.
Professore Deplano, lei ha dedicato oltre quarant’anni alla lingua e alla cultura sarda. In che momento ha capito che questa lunga ricerca poteva trasformarsi in un libretto d’opera?
«Conosco Fabrizio Marchionni da quasi trent’anni e nel tempo abbiamo collaborato su molti aspetti della musica sarda tradizionale. Fu lui a propormi di costruire insieme un’opera lirica nuova, capace di abbracciare tutto l’arco dell’esperienza umana, dal canto della culla fino al lamento funebre delle prefiche. Quella proposta è stata la scintilla. Da lì abbiamo lavorato fianco a fianco, in un dialogo continuo che vede nel multilinguismo una cifra identitaria. Il libretto è scritto in sardo, italiano, catalano e castigliano, perché la Sardegna è da sempre terra di stratificazioni linguistiche. Questa pluralità di voci caratterizza anche la musica di Marchionni, che intreccia forme legate alle tradizioni musicali dell'isola con composizioni originali scritte appositamente per il testo, in un dialogo inedito tra memoria e creazione, tra ciò che la tradizione custodisce e ciò che l’opera, come forma d’arte, sa inventare».
La Battaglia di Sanluri del 1409, perché proprio questa pagina di storia? E come ha trovato il punto di incontro tra il dato storico e la dimensione leggendaria?
«Martino il Giovane incarna la storia nella sua forma più cruda. Fu protagonista di un episodio che segnò la fine dell’autonomia e della sovranità dei giudicati d’Arborea, aprendo una nuova stagione nel rapporto tra il potere regnante e la cultura locale, inizialmente anche accettata, ma che lasciò ferite profonde destinate a durare fino al 1838, quando la Sardegna era ancora stretta nella gabbia feudale. L’opera affronta temi come la sovranità negata, l’arroganza del potere e l’autodeterminazione dei popoli. Temi che, come si vede, non hanno smesso di essere attuali. La Bella di Sanluri rappresenta invece il polo leggendario dell’opera. Ho cercato di tenere insieme storia e invenzione con la stessa tensione che animava Manzoni: il documento come fondamento, la fantasia come strumento di verità».
La figura della Bella di Sanluri è al centro di una riflessione sulla condizione femminile. Come ha costruito questo personaggio? Cosa rappresenta per lei, al di là del contesto storico medievale?
«Riflettere sull’aberrazione che una donna potesse essere donata come bottino di guerra mi ha spinto a incentrare il libretto sul tema del consenso, che mi è sempre stato molto caro. Ho sette sorelle e un fratello e mia madre ci diceva sempre “non fate mai a una donna ciò che non volete sia fatto a una vostra sorella”. Quella cultura militaresca che svalutava la donna emerge anche nel mistero che avvolge la morte di Martino: febbri malariche o le fatiche dentro il letto? Il dubbio stesso tradisce una mentalità che, purtroppo, non appartiene solo al Medioevo».
E poi l’inserimento nel catalogo dell’Universal Edition di Vienna. Cosa significa per lei questo riconoscimento?
«È il sogno di una vita. Che un’opera scritta anche in sardo entri in quella casa editrice è qualcosa di semplicemente eccezionale. Ricordo ancora quando da bambino vedevo il logo dell’Universal, il più importante editore di musica moderna e contemporanea del mondo. Non avrei mai immaginato, allora, che un giorno ci sarei arrivato anch’io. È una soddisfazione che va oltre il riconoscimento personale. Da qualche mese, poi, l’opera è entrata anche nel catalogo per le famiglie, a conferma del valore pedagogico di un lavoro che intreccia storia e leggenda, e che nella lingua sarda trova la sua voce più autentica ed emozionante, perché fare poesia in sardo significa sempre esprimere sensazioni profonde».
