Rossella Fava: «Un bambino è di chi lo partorisce o di chi lo desidera e lo cresce?»
L'attrice ragusana ha portato al Festival dei Tacchi di Ulassai M(Other), il monologo nato da un'inchiesta tra i genitori italiani che ricorrono alla gestazione per altriPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Ragusana, classe 1988, dopo la laurea a Roma in Scienza dello Spettacolo e le prime esperienze nel teatro sperimentale con Carlo Quartucci e Carla Tatò, Rossella Fava approda a Milano, diplomandosi alla Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi. Domenica 9 agosto ha portato per la prima volta in Sardegna, a Ulassai, nella cornice della XXVII edizione del Festival dei Tacchi, M(Other), lo spettacolo che ha scritto e che interpreta, per la regia di Renato Sarti.
Rosella Fava, come è nato M(Other)?
«Mi sono imbattuta in un articolo intitolato “Il nuovo volto della prostituzione femminile, la surrogazione di maternità”. Mi sembrava un titolo violentissimo. Quindi ho cominciato a studiare, e pùi studiavo più mi rendevo conto che la realtà è molto più complicata; quantomeno bisogna fare una distinzione tra i paesi in cui ci sono donne costrette a partorire figli per altri e quelli in cui questa pratica è legale».
E poi?
«E poi è successo che sapevo un sacco di cose ma non sapevo come affrontare questa cosa a teatro. A quel punto sono andata a chiedere proprio alle persone che si rivolgono a questa pratica: mi sono iscritta a un gruppo Facebook. In particolare, ho approfondito interviste con i genitori italiani e mi si è aperto un mondo: il mondo reale di queste persone. Avendo avuto in dono tutti questi racconti, ho voluto convogliarli nella storia che racconto in M(Other)».
La storia si muove su due piani temporali, 2050 e circa il 2020.
«Il futuro che ho immaginato è un espediente; la storia parla soprattutto di fatti che si svolgono tra il 2001 e nel 2019, quindi dell'Italia quasi di oggi».
E che Italia viene fuori sul palco?
«Un'Italia bigotta, che non riconosce le esigenze di alcuni suoi cittadini, non ne conosce le trafile e ne ignora il dolore».
Il titolo lavora su un gioco linguistico in inglese tra “madre” e “altra”.
«Perché mi sono chiesta: ma la maternità cos’è? Quasi cinquant’anni fa ci fu il primo caso di procreazione medicalmente assistita, e l’idea di maternità biologica viene messa in crisi. E con la gestazione per altri, di madri, se così si può dire, ce ne possono essere fino a tre: la donna che desidera il bambino, la donna che lo partorisce, ma ci può essere anche la donna che fornisce i gameti. È questa la domanda reale dello spettacolo: un bambino è di chi lo partorisce, oppure di chi lo desidera e lo cresce?»
Com'è andato finora lo spettacolo?
«Finora molto bene, forse perché interroga, chiede in continuazione al pubblico e non dà certezze, dato che io stessa ho cambiato idea miliardi di volte prima di capire che storia volessi raccontare. Alla fine, l'ho costruito senza dare certezze, mi sono affidata al racconto, restituendo l'umanità nei suoi diversi punti di vista. È proprio questo che secondo me ci manca: ascoltare. Abbiamo molti pregiudizi su qualcosa che non conosciamo e che ci fa paura».
Forse perché non ci riguarda da vicino.
«Nessuna delle persone che ho intervistato pensava che un giorno gli sarebbe riguardato. Le donne in particolar modo».
Qualcuno dopo lo spettacolo le ha detto di aver cambiato idea?
«Tutti! Questa è stata la cosa incredibile: che tutto il pubblico ha ammesso che di questa questione non conosceva nulla. E buona parte del pubblico mi ha detto, “ma questo spettacolo non parla di gestazione per altri”».
È così?
«Parla di nascita, parla di che cosa significhi davvero essere figli. Parla di umanità».
Insomma, nemmeno una critica...
«Beh, la Verità scrisse “Soldi pubblici allo show sulla surrogata, il teatro che mette in scena lo spettacolo M(Other): il racconto di una storia di gestazione per altri ha ricevuto finanziamenti dal ministero della Cultura, dalla Regione Lombardia e dal Comune di Milano”. Ma poi nel resto dell’articolo l’autrice ammise che non aveva visto lo spettacolo. Sapesse quanto a lungo è rimasto nel cassetto, e quanti no ha preso prima che Renato Sarti del Teatro della Cooperativa dicesse “facciamolo”… solo un pazzo come lui poteva dire di sì».
