James Cameron, il regista di Avatar torna a schierarsi contro la possibile acquisizione Netflix/Warner Bros
Tra le preoccupazioni la tutela dei posti di lavoro per il rischio di chiusura delle sale le condizioni di un settore dell’intrattenimentoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Con una posizione e un pedigree artistico del suo calibro, non sorprende che le ultime opinioni di James Cameron sullo stato dell’industria cinematografica abbiano nuovamente acceso il dibattito e aperto a una più ampia riflessione. Padre di capolavori come “Aliens - Scontro finale”, “Terminator 2”, “Titanic” e, ovviamente, l’imponente trilogia di “Avatar”, il cineasta americano ha ben pochi rivali quando si tratta di adoperare le più moderne tecnologie di ripresa video o di segnare record di incassi al botteghino; ed è proprio la sua rodata esperienza tra gli studios di Hollywood a permettergli oggi di intervenire consapevolmente sulle delicate trattative che intercorrono tra le grandi major del settore.
In merito all’acquisizione di Warner Bros. Discovery, sui cui Netflix e Paramount si stanno contendendo l’affare ormai da diverse settimane, sembra che, tra le proposte avanzate - la prima del valore di 72 miliardi e 800 milioni di dollari, la seconda di 108 miliardi e 400 milioni - abbia suscitato ancora una volta maggior interesse quella avanzata dai responsabili del colosso televisivo. Come confermato infatti al consiglio di Paramount da Samuel DiPiazza Jr., presidente di Warner Bros., e dall'amministratore delegato David Zaslav, la casa di Burbank sembrerebbe decisa a procedere con l’offerta di Netflix e a rifiutare qualsiasi altra iniziativa, benché la tenacia di Paramount - come sottolineato da Paren Knadjian - possa far supporre che la società nasconda ancora qualche asso nella manica. Non rimane, al momento, che attendere il prossimo voto degli azionisti, in cui si riveleranno determinanti le ritrattazioni dell’ultimo minuto e le eventuali rassicurazioni da parte delle aziende rivali.
In questo senso, Cameron ha deciso di prendere attivamente parte alla faccenda con una lettera rivolta a Mike Lee, senatore americano e presidente della sottocommissione antitrust del Senato, segnalando le proprie preoccupazioni per la tutela dei posti di lavoro, per il rischio di chiusura delle sale e, più in generale, per le condizioni di un settore dell’intrattenimento che potrebbero drasticamente sfociare in una crisi su larga scala. Nel documento possiamo leggere: «Credo fermamente che la proposta vendita di Warner Brothers Discovery a Netflix sarebbe disastrosa per il settore cinematografico e teatrale, al quale ho dedicato il lavoro di tutta la mia vita. I miei film vivono anche nei mercati video successivi, certo, ma il mio primo amore resta il cinema».
Al centro del problema, secondo Cameron, si collocano le profonde differenze nel modello economico tra cinema e tv, sia nella distribuzione sia nella fidelizzazione del pubblico. I risultati di una fusione come questa potrebbero pesare non solo sulle grosse produzioni, ma sull’intera filiera produttiva: «Se il numero di film ad alto budget come quelli che realizzo io si riducesse, le sale chiuderebbero. Si farebbero meno film. Le perdite di posti di lavoro si moltiplicherebbero». La situazione descritta non può che riflettere anche il quadro politico attuale, soprattutto rispetto al ruolo di leadership che gli Stati Uniti detengono nella distribuzione dei prodotti cinematografici: «Gli Usa forse non guidano più il mondo nella produzione di auto o acciaio, ma sono ancora il punto di riferimento globale per i film. E questo potrebbe cambiare, in peggio».
Proprio a inizio di quest’anno, Cameron ha annunciato di essersi trasferito definitivamente in Nuova Zelanda, dopo il tempo già trascorso insieme alla moglie Suzy Amis e le ottime impressioni maturate nei confronti del governo neozelandese, soprattutto per aver gestito in modo esemplare la pandemia di Covid-19 scoppiata nel 2020. Ospite di un programma televisivo, ha dichiarato in proposito: «Mi sono fatto una promessa: un giorno verrò a vivere qui. Quando io e Suzy abbiamo iniziato a fare sul serio, lei ha detto: va bene, nessun problema. Era pronta. Poi, più avanti, abbiamo avuto dei figli, una famiglia, radici a Malibu e a Santa Barbara: quella conversazione ha dovuto essere leggermente rivista, ma abbiamo detto che dopo Avatar avremmo fatto in modo che accadesse».
E, accennando proprio alla differenza nella qualità della vita tra gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda, ha aggiunto: «Dove preferiresti vivere? In un posto che crede davvero nella scienza ed è sano di mente e dove le persone possono lavorare insieme in modo coeso verso un obiettivo comune, oppure in un posto dove tutti sono costantemente l’uno contro l'altro, estremamente polarizzati, che voltano le spalle alla scienza e che finirebbe sostanzialmente nel caos totale se dovesse comparire un'altra pandemia? Non sono lì per il paesaggio, sono lì per la sanità mentale».
