Pressioni, minacce, querele usate come avvertimenti. In Sardegna fare il giornalista è sempre più difficile, soprattutto per chi lavora senza tutele. È quanto emerge dall’indagine presentata oggi, in una conferenza dal titolo “I Ranucci invisibili: l’informazione sarda e le intimidazioni”, dall’Ordine dei giornalisti sardi, che racconta un clima fatto di intimidazioni spesso silenziose ma diffuse.

Oltre duecento cronisti hanno risposto a un questionario anonimo: la maggior parte sono giornalisti pubblicisti, freelance o collaboratori esterni. Più di uno su due racconta di aver subito pressioni o minacce, spesso non una sola volta. Si tratta di episodi che provengono da varie dimensioni: cittadini o lettori, politici, amministratori pubblici, aziende, ma anche dalle redazioni stesse.

Il dato più preoccupante è però un altro: ben più del 50% non denuncia. La precarietà pesa, così come la paura di ritorsioni o di restare isolati professionalmente, influenzando così anche la libertà professionale. «Ci sono intimidazioni che non fanno rumore, ma colpiscono duro», ha spiegato il presidente dell’Ordine Giuseppe Meloni, annunciando l’istituzione di un piccolo fondo sperimentale per garantire consulenze legali urgenti ai giornalisti più esposti.

Un contesto che alimenta autocensura e silenzi forzati. «Quando chi informa ha paura, la libertà di informazione si indebolisce», è il messaggio che arriva dall’Ordine. E i numeri raccontano che il problema non è episodico, ma strutturale.

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