Nel febbraio del 1793 l’arcipelago di La Maddalena divenne uno dei teatri del confronto tra l’Antico Regime europeo e la Rivoluzione francese. Le truppe franco-corse, salpate da Bastia con l’intento di aprire un varco verso la Sardegna, conquistandola (con due operazioni, da Nord e da Sud), contavano qui su un’operazione rapida: ritenevano deboli le difese isolane e confidavano nelle comuni radici corse degli abitanti, presupponendo che ciò potesse favorire l’occupazione. Ma l’eco degli avvenimenti parigini aveva già acceso timori profondi. La confisca dei beni ecclesiastici, il giuramento imposto al clero, l’esecuzione di Luigi XVI avevano scosso le monarchie europee e inquietato le gerarchie religiose. In Sardegna, la minaccia non fu avvertita soltanto come un pericolo militare: apparve come l’avanzata di un’ideologia capace di sovvertire l’ordine sociale e religioso.

In questo clima la Chiesa sarda ebbe un ruolo importante; in particolare la diocesi di Ampurias e Civita, guidata dal vescovo Michele Pes, che sollecitò la mobilitazione: vietò la circolazione di scritti ritenuti sovversivi provenienti dalla Corsica, organizzò i rifornimenti, coordinò l’evacuazione dei civili da La Maddalena. Qui, dove vivevano circa ottocento persone, per gran parte di origine corsa, maturò una scelta chiara. Già nel novembre del 1792 le famiglie avevano chiesto che donne e bambini fossero trasferiti in Gallura, segno evidente che si preparavano a resistere. Gli uomini validi furono organizzati in compagnie di milizia, mentre sacerdoti come don Bernardino Pes, giunto appositamente da Tempio e il parroco Giacomo Mossa affiancavano i combattenti, sostenendoli sul piano spirituale e morale. La difesa dell’isola assunse così i toni di una battaglia combattuta “per Dio e per il Re”. A suggellare questa determinazione fu lo stendardo di Santa Maria Maddalena, con il motto “Vincere o morire”, davanti al quale i capifamiglia prestarono giuramento, preparato in tutta fretta fu issato  e fatto sventolare sul forte Sant’Andrea, edificato qualche anno prima, a difesa dell’abitato.

Quando una bomba, attribuita alla batteria del giovane ufficiale Napoleone Bonaparte, che partecipava alla spedizione, sfondò il tetto della chiesa, rotolando davanti all’altare senza esplodere, l’episodio venne interpretato come il segno della protezione divina. In un contesto segnato dalla paura e dall’incertezza, quell’evento rafforzò il morale dei difensori. Nel frattempo anche la Gallura si era mobilitata. Lungo la costa tra Palau e Arzachena si radunarono centinaia tra miliziani e volontari; dalla chiesa di Luogosanto avevano portato con loro il vessillo della Vergine, insieme agli obici, con i quali incrociarono il fuoco, con quello lanciato dai fortini di La Maddalena e dalla piccola reale flotta sabauda, sugli invasori. Nella notte accesero catene di falò che moltiplicarono, agli occhi dei francesi, la consistenza delle forze in campo.

A completare l’opera fu l’audacia di Domenico Millelire, che con un’azione improvvisa contro le posizioni francesi che avevano conquistato l’isola di Santo Stefano, contribuì a disorientare e demoralizzare gli invasori, spingendoli infine alla ritirata. Napoleone Bonaparte, che qui subì la sua prima sconfitta, solo 11 anni dopo divenne Imperatore dei Francesi. La vittoria del febbraio 1793 fu salutata con solenni Te Deum di ringraziamento in tutta l’isola. Non si trattò soltanto di un successo militare. Quell’episodio segnò il rafforzamento di una identità all’interno del Regno sabaudo ma rappresentò, allo stesso tempo, la riaffermazione dell’ordine monarchico e confessionale contro le idee di libertà, uguaglianza e democrazia che dalla Francia cercavano di attraversare le Bocche di Bonifacio, per le quali, evidentemente, i tempi non erano ancora maturi.

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