Claudia Musio, Cosa resta di me, La zattera (pp. 194, euro 19)
Una storia coinvolgente per il suo realismo e una scrittura che riesce a dare forma alle emozioniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
É un dolore intenso, profondo e lacerante quello che prova Ninetta. Ha visto il suo gemello, Mattia, morire in fondo a un pozzo. Erano bambini, ma lei, sorella maggiore perché venuta al mondo “cinque secondi prima di lui”, si è subito sentita responsabile. Forse non ha controllato con cura il percorso, continua a ripetersi, o non ha pensato ai pericoli che quella zona nascondeva o, ancora, non è stata abbastanza veloce a chiamare i soccorsi. Il senso di colpa la sovrasta, soprattutto perché se lo sente attribuire dai genitori: attoniti davanti al lutto. La madre ha smesso di vivere nello stesso istante in cui ha capito di aver perso il figlio; il padre si logora nell’odio e nella disperazione per una vita troppo crudele.
Lei, bambina che deve diventare presto adulta, assiste alla tragedia e, protagonista involontaria, si convince che sarebbe stato meglio che fosse morta al posto del fratello. Il teatro delle vicende è Nuraddei, immaginaria località della Sardegna, dietro la quale c’è Serrenti, paese di origine di Claudia Musio, nata nel 1981, laurea e dottorato in Ingegneria prima e ora impegnata nel lavoro all’Università, che torna in libreria con “Cosa resta di me”, edito da La zattera (pp.194, euro 19). Un romanzo costruito sul filo dei sentimenti che toccano le corde più profonde del cuore. Lo strazio della perdita, la solitudine che imprigiona l’anima, l’affetto che si trasforma in indifferenza, la fragilità di chi non ha ancora gli strumenti per farcela da sola.
Il tutto proposto nella sequenza di capitoli che trovano nel titolo la chiave di lettura e nelle parole, scelte con cura, un profondo potere evocativo. Perché non tutto si può spiegare, ma le immagini, declinate in metafore e similitudini, insieme alla musicalità della lingua suggeriscono quanto non può essere definito. E così ci troviamo a sentire profondamente Ninetta, che quasi si guarda vivere elemosinando le attenzioni dei genitori; li accudisce e asseconda come se dovesse farsi perdonare un errore che avrebbe potuto evitare. La discesa verso l’abisso è lenta e inesorabile, ma in fondo al buio più cupo si accende una piccola fiammella di speranza. La luce è la premura di maestra Maria Luisa, che ogni due settimane presta alla bambina un libro perché possa sognare e accrescere la sua cultura; ha la determinazione di Elisa, collaboratrice scolastica e donna tenace che smuove mari e monti perché a Ninetta sia garantita l’istruzione; ha l’affetto dolce della nonna, che la lascia troppo presto ma che le dona la chiave per fare luce in se stessa. La risalita parte dunque dalla scuola, da quella porzione di mondo che é solo suo, di quella bambina che cerca di diventare forte come una roccia senza però dimenticare la sensibilità.
Tra sfide e traguardi, silenzi e urla, rimorsi e rivincite, l’esistenza assume un’alternanza vorticosa. Attorno ci sono altre storie, altre vite che si intrecciano a quella principale e che rivelano le molteplici sfaccettature della condizione umana, in un periodo, quello che va dagli anni ‘60 ai primi duemila, di profondi cambiamenti anche sociali. Una storia coinvolgente per il suo realismo e una scrittura che riesce a dare forma alle emozioni. Chi resta deve vivere anche per chi se ne va; il dolore è straziante, ma si attenua nel ricordo di ciò che é stato. Perché ricordare vuol dire ricostruire. Ninetta lo sa.