Carbonia, tra archeologia e divinità: dove e come si celebravano i riti sacri
L’archeologo Nicola Dessì racconta le fasi della civiltà nuragicaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Lo identificavano nei monumenti e nelle figure femminili, attribuendogli dei nomi che peraltro sono arrivati sino ai giorni nostri. Anche la civiltà nuragica cercava il divino, e nel percorso che porterà i nuraghi al riconoscimento da parte dell’Unesco, promosso dall’associazione “Sardegna verso l’Unesco”, prezioso è il contributo dato dal convegno ospitato dalla Sotacarbo di Carbonia.
Grazie all’archeologo Nicola Dessì è stato viaggio diacronico fra le prime fasi della civiltà nuragica, dal 1800 Avanti Cristo, sino al termine di questa età attorno al settimo secolo a.C.: «Per i culti sardi – ha analizzato - occorre basarsi sui monumenti di riferimento della primissima età cioè le tombe dei giganti ma anche quelli dedicati al culto degli antenati, in concomitanza delle grotte usate per scopi sacri come quelle famose di Fluminimaggiore o di Santadi per scopi rituali».
Attorno al 1200 a.C ecco i primi pozzi sacri, fonti e templi. Per la costruzione di villaggi santuari, inizia la dismissione di alcuni nuraghi. Il culmine del culto in tarda età quando i nuraghe non si costruiscono più ma si può ipotizzare quali fossero le divinità: con i bronzetti appaiono figure mitologiche oppure personaggi del popolo tipo divinità femminili con fiaccola. Oppure tori androcefali o guerrieri con 4 braccia e 4 occhi. I nomi, chiaramente prima dell’avvento del latino? Indizi: «Una divinità femminile – spiega Dessì - è arrivata sotto forma del mito di urgìa, oppure babbio poi sardus pater, oppure la divinità merre».
