I n Italia in processi a porte chiuse non sono tanti, sono molti di più quelli in tivù a telecamera accesa. Che siano una dimostrazione di democrazia e una prova di libertà è sicuro ma il troppo storpia. Senza tirare in ballo, né ora né mai, la censura forse è il caso di fissare qualche regola. Intanto: i processi si celebrano in tribunale, la stampa li racconta. Le sentenze in nome del popolo dei bar appartengono al modus bibendi, in tivù (soprattutto in quella che di Stato perché sostenuta dalle tasse degli italiani) sfruculiare dal buco della serratura e affidarsi al racconto delle comari non è il massimo. Il diritto di cronaca è un diritto all’audience o la spinta all’abbiocco in poltrona? Ma le famiglie di Andrea Sempio e della povera Chiara Poggi, per stare alle cronache di questi giorni, non meritano qualche riguardo? Non si tratta di imporre regole e promuovere appelli agli organi di informazione perché non diano eccessivo clamore a certi fatti: idea nobile ma inutile, quanto di recuperare il senso della misura e della notizia lasciando alla Giustizia le ardue sentenze. A ognuno il suo. Ettore Petrolini, che era un comico serio, a un tizio che lo fischiava dal loggione disse: “Io non ce l’ho con te ma con quello che ti è seduto accanto e non ti butta giù”. Chi sta nell’alto della regia dovrebbe staccare i microfoni e smorzare le luci dei varietà.

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