D ieci anni fa scrissi: «Arrendiamoci. Accogliamoli. Accettiamo le loro idee, sostituiamole alle nostre. Meno cupole, più minareti. Meno chiese, più moschee. Meno Vangelo, più Corano. Niente vino, niente cibi impuri. Releghiamo le donne dentro un burqa, nel focolare domestico e battiamole se osano ribellarsi. Meno codici laici, più sharia. Al posto del crocefisso mettiamo la mezzaluna, abbattiamo i simulacri cristiani, veliamo le opere d’arte. Continuiamo a sconsacrare le nostre feste religiose e i relativi simboli, digiuniamo nei giorni del ramadan. Plachiamoli, assecondiamoli. Psichicamente sono più forti di noi. Loro sono pronti al sacrificio supremo, credono di trovare nella morte salvezza e beatitudine. Noi amiamo la vita e non siamo disposti a sacrificarla nemmeno per una causa giusta. La loro forza scaturisce dalla fede, dal fanatismo religioso, dall’orgoglio di appartenenza, dalla voglia sfrenata di conquista». Quest’esortazione alla resa fu una provocazione; un invito alla reazione di fronte a un fenomeno montante e pericoloso. Dopo dieci anni qualcosa è cambiato; ma solo a nostro danno. Oggi gli islamici perseguono più che mai l’obiettivo di cancellare la nostra cultura e i nostri valori. L’estrema sinistra rossa, verde, togata, eccitata da una lotta politica insensata e suicida, ne giustifica e accetta comportamenti e pretese. Per, forse, un pugno di voti.

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