Non è folclore
Caffè Scorretto
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C erto che la messa in latino è bella, ci mancherebbe. E si spera che nessuno sia così ottuso da volerne l’estinzione. Ma quando diventa il vessillo gotico di una sfida al Papa, non è più faccenda di biodiversità culturale. In ballo c’è altro.
D’altronde non è che a frequentare le messe spalle al popolo siano legioni di prof in pensione o fanatici della perifrastica passiva. Ci sarà una buona quota di quelli che – non soddisfatti dal Mistero di cui la fede cattolica rimane ricchissima, dato che archivia la morte, predica di amare il nemico e celebra una vittoria nata dal supplizio – cercano il magico. E a differenza dello spirituale, il magico è molto spesso una questione di potere.
Noi siamo cronisti, abbiamo e forse dobbiamo avere una memoria da falene, ma chi guarda la Chiesa sa che questo è il ritorno di un derby lungo tra Concili. E lo spirito del tempo – per la paura delle guerre, dell’impoverimento, delle migrazioni o per la paura in genere – soffia a favore di chi considera il Vaticano II e il suo potente, sorridente e responsabilizzante lascito come un gol da rimontare. E gonfia il carisma di una tradizione autoritaria, un’egemonia patriarcale che zittisce fermenti e inquietudini e allontana il rombo della modernità. Sia consentito dirlo da una tribunetta laica e mondana: non si faccia l’errore di liquidarlo come un folcloristico torneo fra celibi.
