Nel paradiso Ue
Caffè Scorretto
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L a pacchia è finita. Prima di essere ammessi nel paradiso Ue bisogna superare un severo esame linguistico. Se uno dei pochi Paesi della vecchia Europa geografica rimasti fuori fa domanda d’ingresso deve dimostrare di essere non soltanto in regola con prestabiliti parametri economici, politici e costituzionali, ma, prioritariamente, di avere assimilato la dottrina woke. Uno scherzo? No, è tutto vero. Bruxelles ha inoltrato al governo del Kosovo, che ha fatto domanda di adesione all’Unione, un documento di 39 pagine intitolato «Linee guida per l’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività». Vi si legge che il linguaggio deve essere in linea «con gli standard Ue al fine di raggiungere l’equità socioeconomica e il buon governo». Perciò, anche se con questa premessa non c’entra nulla, è vietato, per favorire il «progetto gender», usare l’espressione «signore e signori»; meno che mai dire signorina, maschio, femmina; sono banditi i pronomi lui e lei, egli e ella e «tutte le forme di espressione che includono la parola uomo e suoi derivati. Aboliti padre madre figlio figlia fratello paterno materno; soppresse anche le altre parole che indicano una distinzione biologica: l’umanità deve considerarsi asessuata. L’indottrinamento linguistico woke non finisce qui. Ma ce n’è abbastanza per domandarci se in Europa siamo diventat* tutt* scem*.
