T ra le parole nuove della strabiliante tecnologia digitale una ce n’è, ovviamente in lingua inglese, che sconcerta la mente e l’anima: griefbot. La troveremo sempre più spesso sulla strada delle nostre letture quotidiane. É il nome di un programma di intelligenza artificiale che consente di parlare e interagire con un defunto. Solo una perfida illusione, certo: che però sta sulla linea di confine, diventata ormai sottilissima, tra il reale e il virtuale. Un sortilegio, una magia. Il mago invisibile è un algoritmo che si annida chissà dove e che, utilizzando le tracce che ogni persona lascia vivendo, di questa replica la voce e lo stile linguistico, ne ricostruisce perfettamente l’immagine. La riporta apparentemente in vita. Un falso essere con cui è possibile parlare e, persino, effettuare una videochiamata. Un sogno, un’allucinazione, un inganno prodotto dall’incrocio tra due intelligenze, la biologica e l’artificiale. Che si stimolano reciprocamente nella corsa velleitaria verso la rimozione della morte. Non il «non omnis moriar» del poeta Orazio, sicuro di sopravvivere a sé stesso per la grandezza delle sue opere; ma un’immortalità fittizia. Ci vorrebbe, per irridere il perverso incantesimo del griefbot, lo spirito dissacrante di Totò nel film “47 morto che parla”. Oggi il morto non solo parla: canta, ride, piange, si muove. Un morto vivo. O un vivo morto.

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