S ia detto con rispetto per un pugno di ministri a caccia disperata di soldi, ma chiedere 600 (diconsi seicento) euro per concedere all’automobilista di personalizzare la targa è una cosa squalliduccia. Mica stai vendendo un bene reale o un vantaggio concreto: stai tassando la fantasia, o forse la vanità. E poi, accipicchia, personalizzata fino a un certo punto: mica ci puoi mettere un soprannome simpatico o uno slogan: ti devi attenere a una combinazione di due lettere, due numeri e due lettere, e per di più devi evitare “effetti offensivi” (e magari lui non c’entra, ma viene da immaginare l’osservante sottosegretario Mantovano che tossicchia e avvisa Meloni: “Qui se mi accostano la F a un 8 si rischia di immatricolare la deboscia...”). No, a questi prezzi la targa personale ve la potete tenere. Se abbassate i prezzi (però almeno di dieci volte) potremmo pensarci, ma giusto per far rivivere nelle prime due lettere la sigla della provincia storica di appartenenza: CA, SS, NU, OR. Era così ingenuo e carino quando in continente incrociavi un sardo targato come te e ti faceva due colpetti di clacson, una specie di “compa’, ite novas in bidda?”. E passato il Brennero, ormai approdati al misterioso Estero, si strombazzava giulivi anche fra sassaresi e cagliaritani di passaggio. Era una Sardegna più bambina, o almeno lo eravamo noi.

© Riproduzione riservata