A ntonio Gramsci disprezzava gli indifferenti che anziché unirsi a chi lottava per liberare l’Italia dal nazifascismo se ne stavano beatamente alla finestra. “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”, scriveva. Nonostante siano trascorsi 81 anni da quel 25 aprile del ‘45, il Paese continua a rimuginare e a selezionare chi stava dalla parte giusta e chi dalla parte meno giusta per usare un understatement, un’affermazione riduttiva che passa per assioma. Minimizzare, attenuare è tipico di un Paese che non dimentica i morti ma fa finta di dimenticare per quale causa sono morti. Il refrain usato e abusato è sempre il solito “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”: chi più, chi meno e chi niente. Gli indifferenti, gli abulici, i vigliacchi di Gramsci sono gli stessi che il poeta Giuseppe Giusti sbeffeggiò nei versi “Il brindisi di Girella”, indirizzati a chi “tiene per ancora d’ogni burrasca da dieci a dodici coccarde in tasca, se cadde il prete divenne ateo”: non vivono, aspettano. Ieri montavano di guardia al bidone vuoto o al carro armato disarmato, oggi dal balcone aspettano che passi il carro del vincitore. Oltre le bandiere e “Bella ciao” il 25 aprile ricorda a tutti una parola ormai fuori moda: partecipazione. Stando su un albero (Gaber) o infischiandosene (Gramsci) non si fa l’Italia ma loro sì fanno affari d’oro.

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