N on è voglia di autogol, che stiamo comunque per segnare. È più il desiderio di essere “scorretti”, come certi caffè, anche con se stessi: per coerenza.

Oggi ce l’abbiamo con i giornalisti, quando periodicamente entrano in una fase di cialtroneria collettiva: inizia quando uno scrive troppo di qualcosa e tutti gli altri seguono scopiazzando, senza controllare se la notizia sia tutta vera.

Non fu così per Giusy, la bidella di Caivano, frazione di Napoli già nota per la cronaca nera, che si alzava ogni notte e andava in treno a Milano, lavorava a scuola e tornava: «Non ho i soldi per affittare una stanza a Milano». Non era esattamente così, ma il giornalismo si fece coro: tutti a cantare la stessa canzone. Sbagliata.

Poi era stata trasferita, Giusy, nella sua Caivano, simbolo della lotta alla dispersione scolastica e delle bidelle: a sparire non sono stati più gli studenti, bensì lei. Assenza dopo assenza, tutte ingiustificate, a un certo punto la preside l’ha licenziata. Giusy era ricorsa al giudice, perdendo. Allora aveva scatenato un’ondata di messaggi mail, whatsapp e sui social network.

È finita che l’hanno arrestata per stalking. Giusy si è fatta due mesi in carcere e ora è ai domiciliari a chilometri zero: non “pendola” più. Che figuraccia, lei. E anche noi: i giornalisti.

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