I l guaio della giustizia, dicono i fautori della separazione delle carriere, è che il pm prende il caffè con il giudice.

«No, il guaio è che lo prende con zucchero mascobado, corto, dek, in vetro, macchiato al latte di soia e con un velo di cacao», sbotta di solito a quel punto il barista del tribunale. Ma sono obiezioni strumentali, in realtà il problema è serio. Intanto perché questa consuetudine da bancone rafforza il cameratismo fra inquirenti e giudicanti («Offro io», «Ben gentile, allora se permetti ti condanno l’imputato, dai»). E poi perché in Italia ci sono duemila pm contro settemila giudici: se ogni volta che un giudice vuole un caffè dev’esserci un pm che lo beve con lui, è chiaro che a fine mattinata il nervosismo nelle procure diventa palpabile, con sostituti pieni di tic che chiedono l’ergastolo ostativo pure per i divieti di sosta.
Fortunatamente c’è il rimedio: il sorteggio. Tutte le mattine il cancelliere capo si piazzerà nella caffetteria, pescherà fra i bussolotti e darà a ciascuno il suo: «Presidente, lei oggi prende un cappuccino con l’avvocato Rossi. Occhio che è juventino, non gli parli di calcio. Per lei, eccellenza, una limonata con il cronista di giudiziaria». «E se ti tocca uno spritz con Nordio?», strillano quei catastrofisti del No. Calma: quello può essere inflitto esclusivamente dall’Alta Corte.

E soltanto in casi di particolare gravità.

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