Il mondo è violento più che mai. O forse la velocità e la platealità dell’informazione ce lo fanno percepire così. Se guardiamo indietro nei millenni, adeguando la valutazione ai tempi e alle capacità di offesa dei singoli e dei popoli, l’umanità è stata sempre litigiosa e feroce. Quindi più infelice che felice. Domandiamoci: che cosa intendiamo per felicità di un popolo? Una risposta la diede nel 1972 il re del Bhutan: il benessere di un popolo non va calcolato sul Pil (Prodotto interno lordo) ma sul Fil (Felicità interna lorda); ossia unendo la crescita economica a valori morali, spirituali, ambientali, sociali. Fu stilata una classifica mondiale e il piccolo, povero Bhutan, regno buddista incastonato tra i monti dell’Himalaya, risultò ottavo; l’Italia cinquantesima. Nel Bhutan felix di allora il tempo si era fermato. Il progresso vi giungeva con difficoltà e discrezione. Vi si pubblicava soltanto un giornale settimanale. La televisione trasmetteva programmi nazionali per appena quattro ore al giorno. Il re compariva raramente sui teleschermi, non c’erano Palazzi del potere. Eppure, o forse per questo, i suoi abitanti vivevano felici. Oggi il Bhutan si è modernizzato, il suo Fil è precipitato in fondo alla classifica, il suo Pil invece è in crescita. E allora: è meglio respirare l’aria leggera dell’alta classifica della Fil o quella pesante dei vertici del Pil?

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