Zona rossa a Cagliari: bene i controlli, ma resta un senso di insicurezza
Calano i reati, ma alcune aree del centro storico avrebbero bisogno di un rilancio anche attraverso iniziative culturali e sociali continue. Perché la militarizzazione, impossibile, servirebbe comunque a poco.Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Ancora quattro mesi di “zona a sorveglianza rafforzata” a Cagliari: una decisione arrivata in Prefettura, al termine del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che si è svolto il 30 settembre, proprio il giorno in cui scadeva la cosiddetta “zona rossa” nel centro storico della città. I risultati ottenuti dalla sua istituzione, con provvedimento del settembre 2025 a firma dell’allora prefetto Giuseppe Castaldo, hanno convinto tutti: meno reati in questo anno di applicazione della “zona rossa” e più facilità di intervento da parte delle forze dell’ordine con la possibilità di allontanare subito dalle aree sensibili le persone che hanno precedenti e che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza pubblica. Certamente i risultati non sono mancati ma resta in piedi un altro problema: quello della percezione di sicurezza per chi lavora, abita o passa in alcune zone di Cagliari. Una sensazione di insicurezza e degrado che esula certamente dalle competenze delle forze dell’ordine e che dovrebbe essere affrontata con altri strumenti, soprattutto sociali.
Che la “zona rossa” venisse prorogata era altamente probabile. E così è stato. Piazza del Carmine, via Malta, via Sassari, via Maddalena, viale Trieste fino a via Tavolara, via Crispi, viale La Plaia e piazza Matteotti restano così sorvegliate speciali. La decisione è arrivata alla presenza di tutti i rappresentati delle forze dell’ordine, ma anche della Procura e del Comune, con in testa il sindaco Massimo Zedda. I numeri di questo anno sono stati convincenti: nonostante gli inevitabili, e ripetuti, episodi di violenza e illegalità (aggressioni, spaccio, rapine e scippi non sono mancati), c’è stato un calo dei reati. Anche grazie agli strumenti introdotti dalla “zona a sorveglianza rafforzata”: «il divieto di stazionamento e l’allontanamento di persone con precedenti» che «assumano comportamenti aggressivi, minacciosi e insistentemente molesti», tanto da diventare «un pericolo concreto per la sicurezza pubblica o da ostacolare la piena e libera fruibilità dei luoghi».
Dopo i primi due mesi dalla sua introduzione, in via sperimentale, la zona interessata è stata allargata dopo la prima proroga. Poi è arriva una seconda proroga e ora una terza fino alla fine di gennaio. «Abbiamo introdotto», aveva evidenziato l’allora prefetto Castaldo, «un provvedimento che fornisce agli operatori di polizia uno strumento che si aggiungerà a quelli già in vigore. Resta alto l’impegno su tutte le altre aree cittadine. Si tratta di una risposta ulteriore alla domanda di sicurezza che arriva dal territorio. Insieme alle forze dell’ordine e al Comune abbiamo condiviso le modalità e la durata di questa iniziativa».
Ma da sempre accanto al lavoro di sicurezza, come ribadito sempre da tutte le parti presenti nei vari Comitati, serve altro: «Bisogna continuare anche con le iniziative culturali e sociali», erano state le parole del prefetto che ha introdotto la zona rossa. Anche se il termine “zona rossa” non è mai piaciuto ai negozianti e commercianti. «Prorogate i controlli, ma non chiamiamola più così», è sempre stato l’appello. Certamente la richiesta di maggiori servizi, più presenza di pattuglie e anche di telecamere è sempre stata forte: ma c’è in ballo l’immagine del centro storico: «Molti, solo a leggere “zona rossa”, qui non vengono», hanno ripetuto i negozianti.
Certamente la situazione nelle vie e nelle piazze cagliaritane non è da paragonare con quanto accade in altri capoluoghi più grandi, in balia della criminalità e degli sbandati. Ma in alcuni momenti le aree del centro storico non trasmettono sensazioni di sicurezza. Non solo per le risse e lo spaccio di droga – i casi sono numerosi – ma anche per una situazione di degrado evidente. Chi si occupa di sicurezza fa il possibile ma ovviamente è impossibile militarizzare la città. Per questo servono maggiori iniziative culturali e sociali, in modo da “occupare” gli spazi e far allontanare, in modo autonomo, chi commette reati e porta degrado.
