La prima notizia è che in Ungheria è finita la «democrazia cristiana illiberale» di Viktor Orbán, come lui stesso la chiamava. Sedici anni di potere usati per piegare alla volontà del premier (e degli amici) il sistema giudiziario, i media e l'amministrazione pubblica. In più oppositori controllati e minoranze perseguitate. La seconda notizia è che Péter Magyar, il nuovo primo ministro, non solo era un fedelissimo di Orbàn, ma la sua ascesa politica è accompagnata dai veleni di un matrimonio finito con un’avvocata cresciuta a pane e sovranismo internazionale. E di Orbàn lei fu doppiamente nel cerchio magico, anche da ministra della Giustizia.

Orbàn, l’antieuropeista, il più fedele alleato di Vladimir Putin a Bruxelles, ha tirato troppo la corda a Palazzo. Più dittatore che capo del Governo. Più sopra la legge che primus inter pares. I soldi dell’Ue, però, non è che li disdegnasse. Un’inchiesta del New York Times ha raccontato dell’uso feudale di quelle risorse. Un «sistema di corruttele» su cui Magyar ha costruito la propria campagna elettorale, riuscendo a portare alle urne l’80 per cento degli ungheresi. Che a Budapest, in piazza, la notte della festa, domenica 12 aprile, non è che urlassero di felicità solo al ritmo di “Pe-ter-Pe-ter”. No. Il grido di battaglia era “Ruszkik haza!”. Russi a casa. Come nel 1956. Il tempo della rivoluzione ungherese contro l’invasione sovietica. Esattamente settant’anni dopo, lo stesso senso di ribellione è stato rivolto a Orbàn. L’amico di Putin.

Ma veniamo a Magyar, 45 anni, diciassette in meno del predecessore. In campagna elettorale non ha sbagliato nulla. E anzi: quando il fango ha cominciato ad arrivargli addosso per la fine del suo matrimonio con l’ex ministra Judit Varga, lui ha puntato il dito contro Orbàn. Ha accusato il rivale politico di aver orchestrato la «campagna diffamatoria». Gli ungheresi gli hanno creduto. Nel Parlamento (bellissimo) di Budapest, sono di Magyar 138 seggi su 199. Una super maggioranza di due terzi.

Con Varga il nuovo premier ha avuto tre figli. Sino al 2024, però, la stella di casa era lei. La coppia si conobbe agli inizi degli anni Duemila. Lui non veniva certo dai sobborghi ungheresi. Padre avvocato, la madre funzionaria della Corte Suprema, un prozio che è stato presidente del Paese, ha studiato nelle scuole delle élite conservatrici, per poi proseguire gli studi alla Pázmány Péter, l’Università privata della Chiesa cattolica. Orbàn gli piacque. Prima ne divenne tifoso, poi attivista. Magyar prese così la tessera di Fidesz, il partito di estrema destra di Orbán.

Magyar e Varga vanno a vivere a Bruxelles dal 2011. Lei è nominata segretaria di Stato per le relazioni con l’Ue. Quando la coppia torna in patria, l’avvocata (stessa professione del marito) diventa la Guardasigilli. Nel 2024, però, il crollo politico. Sui giornali finisce il caso dalla presidente ungherese Katalin Novák che concede la grazia all’ex vicedirettore di un orfanotrofio, condannato per aver aiutato a insabbiare casi di abusi sessuali su minori. Varga controfirma il decreto. Il Governo Orbàn è travolto dallo scandalo. Novák è costretta a dimettersi. Varga la deve seguire a ruota.

È lì che Magyar, guardato con sospetto in Fidesz perché poco incline alla cieca obbedienza, fiuta l’aria. La possibilità di tracollo dei sovranisti. Il malcontento è palpabile. Nasce così l’idea della rete politica. Prende vita il movimento “Talpra, Magyarok!”. Che, tradotto, significa “In piedi, ungheresi!”. Lui, che nel frattempo si era fatto il curriculum nei Cda di aziende di Stato e banche, si candida alle Europee con il partito Tisza. Alle urne sbanca e conquista un seggio a Strasburgo. Poi la sfida delle Politiche, pensando che la vittoria migliore sia quella che si costruisce nei territori. Volenterosi e anti-Orbàn si uniscono, intanto Magyar del Tisza diventa il leader. A nulla è valso che la moglie, da cui si è separato nel 2023, lo abbia accusato di «violenza fisica ed emotiva». Lei ha denunciato di «essere stata tenuta sotto ricatto psicologico». Bolla quasi due decadi di matrimonio come «terrore». Lui l’anno dopo rende pubblico un audio in cui l’ex moglie, quando ancora era ministra, racconta di alti funzionari governativi che avrebbero fatto sparire documenti giudiziari per occultare affari corrotti. «Ho detto quello che voleva sentire in modo da poter scappare il prima possibile, ero in uno stato di intimidazione», dirà Varga per commentare la conservazione “rubata”. Lui è primo ministro. Lei da due anni è fuori dalla scena politica.

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