Un lavoratore su due usa l’AI, ma nelle aziende manca un piano strategico
La utilizza il 44% dei dipendenti, dodici punti in più rispetto a un anno faPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Non è più il futuro. L’intelligenza artificiale è il presente che viviamo ogni giorno. Oggi quasi un lavoratore su due la utilizza regolarmente: il 44% dei dipendenti, dodici punti in più rispetto a un anno fa. Molti la usano per scrivere mail, riassumere documenti, creare contenuti o velocizzare attività ripetitive. Ma mentre i lavoratori sperimentano e imparano a sfruttarla ogni giorno, le aziende italiane restano ancora indietro sul piano strategico.
È il quadro che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, realizzata insieme a Ipsos Doxa. Lo studio fotografa una diffusione sempre più spontanea dell’AI: il 34% dei lavoratori utilizza strumenti non approvati dalla propria azienda, mentre il 51% affianca alle piattaforme aziendali applicazioni esterne. Una corsa autonoma che da un lato accelera la produttività, dall’altro apre interrogativi sulla sicurezza dei dati e sulla privacy.
L’intelligenza artificiale è pane quotidiano negli uffici, ma raramente viene ancora utilizzata come leva per trasformare davvero il lavoro. Nella maggior parte dei casi resta un supporto operativo: per il 50% dei dipendenti è semplicemente uno strumento standard, mentre il 44% la considera un assistente utile per alleggerire le attività più ripetitive e noiose.
Le imprese, invece, sembrano muoversi più lentamente. In Italia non esistono ancora veri modelli di “forza lavoro ibrida”, in cui persone e agenti AI collaborano stabilmente, e poche aziende stanno ripensando processi e organizzazione interna.
Solo il 20% delle imprese dichiara che l’AI ha già modificato il business e, anche in questi casi, raramente ha portato alla nascita di nuovi servizi o nuove fonti di ricavo. Ancora meno diffuse le revisioni organizzative: appena un’azienda su quattro ha iniziato a riprogettare i processi facendo leva sull’intelligenza artificiale.
La ricerca non evidenzia segnali di una crescita della disoccupazione legata all’intelligenza artificiale. Emergono però cambiamenti nella composizione della forza lavoro: aumentano i profili entry-level nel 12% delle aziende, mentre gli over 50 registrano una lieve flessione.
Uno scenario diverso rispetto agli Stati Uniti, dove l’AI sta riducendo soprattutto i ruoli junior, più facilmente automatizzabili, favorendo invece figure senior.
Le aziende italiane, però, appaiono ancora poco preparate alla trasformazione: solo il 49% sa che dovrà riqualificare almeno una parte della forza lavoro nei prossimi anni e appena il 15% ritiene di avere le competenze necessarie per accompagnare questo cambiamento.
La diffusione dell’intelligenza artificiale varia molto da settore a settore. I livelli più alti si registrano in ICT, Media e Telco, dove la utilizza il 65% dei lavoratori. Più indietro il retail, fermo al 31%.
Gli impieghi più comuni riguardano la creazione di contenuti (64%), la gestione della conoscenza aziendale (56%) e, in misura minore, attività di analisi e problem solving (37%).
Il giudizio dei lavoratori italiani sull’AI è nel complesso positivo, soprattutto perché i vantaggi vengono percepiti nella pratica quotidiana. Il 44% segnala un aumento della velocità di lavoro, il 42% nota una migliore qualità degli output e il 41% ritiene più semplice gestire i carichi di attività.
Molti vedono benefici anche sul piano creativo e professionale: il 45% pensa che l’AI aiuti a sviluppare nuove competenze e il 41% la considera utile per generare idee. Nel complesso, gli strumenti intelligenti fanno risparmiare in media circa mezz’ora al giorno: abbastanza, per molti, da cambiare il ritmo della giornata lavorativa.
Resta però anche qualche preoccupazione. Il timore principale riguarda la crescente dipendenza dalla tecnologia, indicata dal 16% dei lavoratori, con il rischio che alcune competenze umane finiscano gradualmente per indebolirsi.
L’intelligenza artificiale, insomma, è già entrata negli uffici italiani. Ma mentre i lavoratori stanno imparando a usarla sempre più rapidamente, molte aziende devono ancora capire come trasformarla davvero in un vantaggio competitivo.
