Tra i guai di Netanyahu spunta Pollard, la spia-boomerang
Lo 007 Usa arrestato 40 anni fa per spionaggio pro-Israele era la bandiera di Bibi, ma ora critica il premier e si candidaIl premier israeliano Benjamin Netanyahu (Epa)
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A fine dicembre Benjamin Netanyahu non è andato a Mar-a-Lago solo per farsi tirare le orecchie da Donald Trump, impaziente di vedere decollare anche la seconda parte dell’accordo su Gaza. Dopo 18 anni di potere e due di guerra, il premier politicamente più longevo nella storia di Israele guarda con preoccupazione alle elezioni parlamentari del prossimo ottobre. La Knesset ha 120 seggi e quindi la soglia della maggioranza è a 61, ma i sondaggi più recenti vedono per la sua litigiosa coalizione un risultato fra i 49 e i 54.
Perciò la visita in Florida serviva a “Bibi” per chiedere a Trump un appoggio elettorale. D’altra parte, scriveva l’Ansa domenica 28 dicembre, «nelle tornate elettorali del 2019 e 2020, il Likud tappezzò le strade di manifesti che mostravano i due che si stringevano la mano. Per il prossimo anno, Netanyahu punta a replicare quello spirito di alleanza di ferro. Tanto che secondo una fonte del Likud citata dalla Cnn, il premier ha già discusso di ospitare Trump in Israele nei prossimi mesi».
Eppure si potrebbe far presente che l’ultima volta che il governo israeliano ha ottenuto dagli Stati Uniti qualcosa (o meglio qualcuno) di molto prezioso in fatto di politica interna, poi quell’asset si è trasformato in un boomerang proprio per Netanyahu. Si tratta di Jonathan Jay Pollard, un texano di religione ebraica che lavorava come analista per l’intelligence Usa e circa quarant’anni fa, il 21 novembre del 1985, fu arrestato per spionaggio a favore di Israele. Dopo due anni di processo fu condannato all’ergastolo nonostante la mobilitazione di gruppi di pressione americani e le richieste di clemenza avanzate da Israele, che dieci anni dopo l’arresto concesse la cittadinanza al detenuto Pollard.
Il particolare fu Netanyahu, ora come premier e ora come leader dell’opposizione ai governi laburisti, a fare di Pollard una bandiera. Ed fu lui nel 2020 ad accoglierlo all’aeroporto di Tel Aviv e a consegnargli i suoi documenti da cittadino israeliano quando, dopo aver scontato 30 anni di detenzione e cinque di libertà condizionale, l’ex analista dell’intelligence statunitense fu libero di trasferirsi in Israele. Come aggiunge Wikipedia, che cita il Jerusalem Post, «il ministro israeliano dell’intelligence Eli Cohen disse che Pollard avrebbe ricevuto dal governo uno stipendio equivalente alle pensioni erogate agli ex agenti del Mossad e dello Shin Bet».
È molto probabile che adesso Netanyahu si rammarichi di tutto l’impegno profuso per quella liberazione: nelle scorse settimane Pollard ha annunciato che alle elezioni di ottobre tra i tanti candidati in corsa ci sarà anche lui, e non sarà certo in lista con il premier. Si presenterà, ha detto, nelle liste di un partito che rispecchi le sue opinioni, e se non lo troverà ne fonderà uno lui. A dispiacergli di Netanyahu, su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, è l’irresolutezza nel combattere i palestinesi. Almeno è quel che si evince dalla sua piattaforma politica in dieci punti, una lista in cui spicca l’abolizione del manuale “Purity of Arms”, il codice di comportamento che prescrive ai soldati israeliani di fare tutto ciò che è in loro potere per evitare di danneggiare le vite, i corpi, la dignità e le proprietà dei civili nemici (che poi lo applichino è un altro discorso, ma formalmente queste sono le regole per gli effettivi dell’Idf). Ma anche altri punti programmatici sono degni di attenzione, dal principio di sproporzionalità («Se qualcuno lancia un colpo di mortaio su uno dei nostri centri al confine e distrugge una casa, noi eliminiamo una città nemica») all’annessione di territori nemici.
