L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente sta diventando il vero spartiacque per l’economia globale. Tra aperture al dialogo e nuove mosse militari degli Stati Uniti, lo scenario resta fluido e incerto: in gioco non c’è solo la direzione della crescita, ma anche le scelte sui tassi d’interesse, sospese tra stabilità e possibile stretta. In questo contesto la Bce mantiene la massima flessibilità. «Siamo pronti, se necessario, a intervenire sulla politica monetaria in qualsiasi riunione», ha detto la presidente Christine Lagarde.

Parole che hanno subito acceso le preoccupazioni delle imprese. «Non serve un altro fardello», avverte il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che auspica immobilismo da parte di Francoforte. Il timore è che un aumento dei tassi si sommi al rischio di rallentamento già innescato dalla guerra. Per la Bce, però, il nodo è opposto: lasciare correre l’inflazione renderebbe ancora più pesante una fase recessiva.

Le dichiarazioni di Lagarde non equivalgono a un annuncio immediato di stretta già dalla riunione di fine aprile. Se i mercati prevedono tre rialzi nel 2026, gli economisti restano più cauti e vedono soprattutto tassi fermi. Il messaggio dell’Eurotower è però chiaro: mantenere libertà d’azione. «Non agiremo finché non avremo dati sufficienti su intensità, durata e trasmissione dello shock», ha spiegato la presidente. I numeri, per ora, non bastano. Ma «non resteremo paralizzati dall’incertezza: il nostro impegno a riportare l’inflazione al 2% nel medio termine è incondizionato».

Alla base di questa prudenza c’è l’esperienza recente. Nel 2022, con i tassi a zero, la guerra in Ucraina provocò una crisi energetica che colse impreparata la Bce, allora vincolata dalla forward guidance. L’inflazione in Italia arrivò fino al 12%, erodendo i redditi reali con effetti ancora visibili. Oggi, dopo la revisione della strategia nel 2025, in un contesto segnato da shock continui — dalla pandemia ai dazi — la Bce è più reattiva.

A Francoforte si guarda quindi non solo ai prezzi di petrolio e gas, ma anche ai primi segnali di trasmissione dello shock all’inflazione generale: dalle scelte delle imprese sui prezzi ai rinnovi salariali. Più attenzione viene data anche agli scenari di rischio, resi più critici dall’escalation tra Iran e asse Usa-Israele.

Se lo shock dovesse restare temporaneo, una semplice “fiammata”, la Bce potrebbe anche ignorarne gli effetti. Ma già in uno scenario avverso, con un impatto significativo seppur breve, non è escluso un rialzo dei tassi. In uno scenario più grave — con inflazione più alta di tre punti nel 2027 e ritorno al 2% oltre l’orizzonte di tre anni — la stretta sarebbe più decisa e prolungata, anche a costo di sacrificare quasi un punto di crescita complessiva tra il 2026 e il 2027.

Molto dipenderà dall’evoluzione del negoziato e dalla ripresa dei flussi nello stretto di Hormuz. Ma il tempo è poco. Lagarde, intervenendo alla conferenza “The Ecb and its watchers”, ha sottolineato che le metaniere con gli ultimi carichi di Gnl dal Golfo stanno arrivando solo ora a destinazione: segno che «siamo ancora all’inizio dell’impatto» dello shock. 

© Riproduzione riservata