La sua vita da anni scorre sempre uguale. La sentenza parla di «fine pena mai» eppure nel carcere di Massama c’è anche chi riesce a trovare la propria dimensione come un quarantenne siciliano che grazie allo studio è riuscito a riscattarsi. E a metà aprile ha discusso la sua seconda tesi. Un evento ancora più significativo proprio in un periodo in cui l’istituto è spesso alla ribalta della cronaca per clamorose proteste da parte dei detenuti.

Si tratta della prima laurea magistrale del Polo universitario penitenziario (fondato nel 2018 dall’ateneo cagliaritano per garantire il diritto allo studio universitario a persone in stato di privazione della libertà) conseguita da un ospite della casa circondariale oristanese. Di fronte alla commissione presieduta dal rettore dell’Università di Cagliari Francesco Mola, il 40enne ha esposto la tesi “Il rischio di esclusione sociale nei giovani Neet: fattori familiari, culturali e territoriali”, traguardo del corso di studi in Economia manageriale (relatrice Roberta Pinna). Grande emozione per il detenuto che ha coronato un percorso di studi che già quattro anni fa aveva raggiunto il primo traguardo con la laurea triennale in Economia e gestione dei servizi turistici.

Un agente di polizia penitenziaria in servizio a Massama (foto archivio Unione Sarda)

Il 40enne nella sua esposizione ha parlato dei “Neet” (giovani, solitamente tra i 15 e i 34 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione): un fenomeno che può sfociare in casi di marginalità e devianze. Secondo il neo laureato per prevenirlo e fronteggiarlo servono la cultura e la collaborazione fra istituzioni.

Un approfondimento accolto con molto interesse e favore dalla commissione, che ha prospettato un ulteriore sviluppo attraverso un dottorato di ricerca. «Abbiamo assistito non solo alla consegna di un diploma, ma al compimento di un atto di resistenza civile – commenta il garante per i diritti dei detenuti, Paolo Mocci – Questo traguardo ci ricorda che l'identità di un uomo non può mai essere ridotta al reato commesso. Permettere a un detenuto di raggiungere i vertici della formazione accademica significa ricucire uno strappo nel tessuto sociale». Mocci ricorda che «lo studio trasforma il tempo della pena in un tempo di costruzione, dove l’uomo smette di essere solo un sorvegliato per tornare a essere un cittadino che pensa, progetta e spera». Infine auspica che «l’evento diventi un manifesto per le politiche penitenziarie del futuro. Non dobbiamo temere la cultura tra le sbarre, perché il sapere è l'unico strumento capace di trasformare un luogo di reclusione in un laboratorio di umanità. Come è stato scritto in passato, se l'istituzione nasce per disciplinare, è attraverso la conoscenza che essa può finalmente emancipare, offrendo all'individuo gli strumenti critici per riscrivere la propria storia».

Il carcere di Massama (foto archivio Unione Sarda)

Durante la cerimonia di laurea alcune settimane fa il rettore ha assegnato anche i certificati di esame agli altri 16 ospiti della casa circondariale oristanese, regolarmente iscritti a corsi di laurea dell’Ateneo organizzati dal Polo universitario penitenziario che oggi conta complessivamente 37 studentesse e studenti: 12 ospiti (di cui due donne) nella Casa circondariale di Uta, 16 a Massama, un ospite presso la Casa di reclusione di Saluzzo, due a Bancali e sei in misura alternativa. Erano presenti anche la controrelatrice e coordinatrice del corso di studi Michela Floris, Stefano Zedda, il direttore del dipartimento di Scienze economiche, giuridiche e politiche Patrizio Monfardini, la delegata del Rettore per il Polo universitario penitenziario Cristina Cabras. Ad assistere alla discussione anche Domenico Arena, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria; Elisa Milanesi, direttrice della casa circondariale di Massama; Maria Cristina Ornano, presidente del tribunale di sorveglianza; Maria Cristina Lampis, giudice del Tribunale di sorveglianza di Cagliari; la comandante Barbara Caria.

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