Il forte dubbio, nel seguire dall’esterno seppure con estremo interesse, la vicenda legata al delitto del 2007 di Chiara Poggi, è che il giornalismo d’inchiesta abbia virato verso lo show. Morboso, a tratti surreale, ma purtroppo specchio di questo Paese e della china che ha preso. Dove la cronaca diventa social e se è nera, diventa routine, se la divora la nostra tv fra slide e macchie di sangue. L’Italia della corruzione, della bustarella, dei dubbi, del complottismo, delle scale insanguinate e dei Ris. E perché no, anche quel sano sesso tra ragazzi che diventa materia televisiva, dalla mattina presto all’una di notte. Fate attenzione: in ogni rete tv, a qualsiasi ora, se ne parla, o se ne è parlato.

Abbiamo contribuito a creare, con la nostra attenzione (scatenata dall’orgia di persone, fatti, sviluppi “clamorosi” e scivoloni incredibili) autentici personaggi da soap opera, abbiamo dato a colleghi di lavoro soprannomi utilizzando i cognomi degli avvocati. Pazzia, incubo, deviazione.

Il delitto di Garlasco, ricco comune del Pavese, diecimila abitanti spalmati su villette unifamiliari con le siepi che sembrano quelle del Subbuteo, è diventato casa nostra. Sappiamo più notizie del santuario della Madonna della Bozzola che della Basilica di Bonaria. A colazione, per i più temerari che hanno la tv in cucina, beviamo il caffè ascoltando un rumeno travisato che asserisce di aver avuto una relazione poco chiara con un sacerdote. Sì, avete letto bene.

Abbiamo capito, per chi lo ha capito, che c’è un ex ragazzo che da dieci anni è in galera e che, probabilmente, non ha ucciso lui Chiara Poggi. Condannato in via definitiva, sia chiaro, ma la Grande Macchina della Verità televisiva ci sta gridando in faccia che probabilmente l’assassino è un altro. E il Paese vero, quello dei social, si chiede fra esperti di tracce ematiche e illuminati giuristi da cameretta, dove sta la Giustizia, con la G bella grande, perché in questo divertente frullatore non si capisce perfettamente chi sia il cattivo.

Fra i tanti interrogativi che emergono da questa triste, lacerante vicenda, c’è una certezza che ha accompagnato gli ultimi dodici mesi degli italiani che seguono questa vicenda dolorosa. Ci sia permesso un sorriso, una leggerezza, una dissacrazione: la guerra fra gli avvocati De Rensis e Lovati è stato uno dei passaggi televisivi più divertenti degli ultimi vent’anni. Se non sapete chi sono, vi siete persi qualcosa di indimenticabile. Se non è film, ci venga detto cosa è.

Cosa è successo

Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi, 26 anni, viene trovata morta nella villetta di famiglia a Garlasco. È stata colpita ripetutamente alla testa con un oggetto contundente. In casa non ci sono segni di effrazione. Lei avrebbe aperto la porta in pigiama a qualcuno che conosceva.

A dare l’allarme è il fidanzato Alberto Stasi, che si presenta dai carabinieri sostenendo di aver trovato il corpo entrando in casa. Vede la fidanzata e scappa dai carabinieri. Di fronte alla caserma, chiama il 118.

Le prime indagini si concentrano subito sull’ambiente familiare e affettivo di Chiara. Stasi diventa il principale indagato perché il racconto non convince e per dettagli sull’uso del suo pc, orari, spostamenti, che non convincono.

Stasi viene arrestato il 24 settembre 2007, ma scarcerato quattro giorni dopo dal giudice per le indagini preliminari Giulia Pravon per insufficienza di .incongruenze nel racconto e per elementi tecnici (computer, orari, tracce).

Nel 2009 il primo processo per Alberto Stasi, assolto in primo grado per insufficienza di prove.

Nel 2011 e nel 2013 gli appelli e le nuove assoluzione: anche in appello e in Cassazione l’assoluzione viene confermata, ma la Cassazione annulla una sentenza e ordina un nuovo processo d’appello.

Nel 2014 la condanna: nel processo d’appello bis, Stasi viene condannato a 16 anni di carcere per omicidio volontario. C’è stata, in sostanza, una rivalutazione delle prove scientifiche e indiziarie.

Nel 2015 la Corte di Cassazione rende definitiva la condanna di Alberto Stasi.

La difesa di Stasi

Negli anni scorsi, quelli successivi alla condanna definitiva, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis (il precedente difensore, è morto nel 2021 a causa del Covid) hanno continuato la battaglia giudiziaria fra perizie e richieste di revisione, che mantengono alta l’attenzione mediatica, ma la sentenza resta definitiva.

Non è mai stato dimostrato un movente, che avrebbe potuto portare a una aggressione così violenta. Non sono mai state portate nel corso dei processi delle prove certe, in sintesi, della colpevolezza di Stasi: su queste convinzioni, e con questi temi, oggi la Procura di Pavia ha riaperto il caso di Chiara Poggi.

In mezzo, le accuse gravissime a uno dei magistrati che ha coordinato le prime indagini, l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, e ad alcuni carabinieri, l’ipotesi di reato è corruzione. E una certezza, che da una lettura esterna dei fatti sta emergendo: i tanti errori nelle prime indagini, voluti o no lo valuterà la Procura di Pavia. Sei mesi fa, la Procura guidata guidata dal nuovo procuratore Fabio Napoleoni, ha iniziato a riesaminare il caso: nuove analisi sul Dna, sulle impronte trovate sulla scena del delitto. L’attenzione si è concentrata, lo sanno anche dall’altra parte del mondo, su un amico della famiglia, Andrea Sempio, imperturbabile amico del fratello di Chiara. Ci sono impronte che conducono a lui, inspiegabilmente trascurate nel corso degli anni, c’è una prova portata dalla famiglia Sempio, uno scontrino di un parcheggio di Vigevano che si riferisce al giorno e all’ora del delitto, che non ha convinto i magistrati.

Ci troviamo davanti al più clamoroso errore giudiziario dell’ultimo secolo? Lo Stato sarà costretto a risarcire Alberto Stasi per avergli rovinato ingiustamente la vita?

La strada percorsa dalla Procura di Pavia sembra una sola, quella della riapertura del caso. La sensazione, forte e chiara, è che questa storia sia ancora da scrivere. O da riscrivere

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