“Mattone dopo mattone”: così, dopo l’insediamento al numero 10 di Downing Street, il primo ministro laburista Keir Starmer annunciava di voler ricostruire la Gran Bretagna dopo 14 anni di Tory al potere. Era il luglio del 2024.

Siamo a giugno 2026 e i mattoni gli sono crollati addosso tutti. Ma non è stata una valanga improvvisa quanto uno stillicidio di errori, sfortune e meschinità cominciato quasi subito. Nonostante l’atmosfera di solidità e lucidità che inizialmente emanava dalla sua figura di giurista autorevole – è stato Procuratore generale del Regno Unito – e di attivista di sinistra con profonde radici politiche e familiari nella working class.

Il mago della sua campagna elettorale, e prima ancora della sua scalata ai vertici del partito, è Morgan McSweeney, pragmatico fino al cinismo. Ma una volta al governo la sua comunicazioni perde colpi da subito. La strategia di mettere crudamente i britannici davanti al disastro contabile lasciato dai Tory, per prepararli a cure drastiche e amare, non funziona. Anzi: il Financial Times parla di “discesa nel miserabilismo”, il Guardian prova a mettere in guardia il primo ministro: tutto quel pessimismo può diventare “una profezia che si autoavvera”. Ben 50 deputati laburisti si ribellano al taglio da 300 euro ai sussidi per il riscaldamento degli anziani.

A settembre prima buccia di banana, non trascurabile: si scopre che l’austero Starmer, dopo aver promesso ai britannici di “restaurare gli standard nella vita pubblica”, ha ricevuto in regalo (senza dichiararli) scarpe, abiti e occhiali per 20mila euro, e sua moglie vestiario per altri 6mila. Il donatore è lord Waheed Alli, ricchissimo finanziatore del Labour e titolare di un inspiegabile pass per Downing Street, autorizzato a organizzare un inedito party privato nel giardino della residenza del primo ministro. Peraltro Starmer risulta titolare di un patrimonio personale da 3,5 milioni, gli occhiali potrebbe pagarseli di tasca. Eppure nell’inverno della sua premiership salterà fuori che ha ricevuto regali per 120mila euro in tre anni.

A ottobre un’altra grana: accusata di essere troppo potente e troppo pagata, si dimette la capostaff Sue Gray. È alla testa della fazione perdente in una faida dentro la squadra di Starmer. Il vincitore è McSweeney, che la rimpiazza. In quello stesso mese la battagliera deputata Rosie Duffield lascia il Labour con una lettera aperta in cui accusa Starmer di cupidigia personale e crudeltà sociale.

Gennaio 2025 parte con una tempesta finanziaria: la sterlina precipita, gli interessi sui titoli di Stato a 30 anni salgono ai massimi dal 1998. Ma i guai sono anche politici: la sottosegretaria al Tesoro Tulip Siddiq si dimette dopo che si è scoperto che utilizzava una rete di abitazioni di lusso riconducibili a sua zia Sheikh Hasina, corrotta e crudele dittatrice del Bangladesh esiliata in India. Nel governo Starmer, Tulip era incaricata di contrastare la criminalità finanziaria.

A febbraio il primo ministro si guadagna su Politico il soprannome di Donald Starmer, pubblicando i video di immigrati irregolari rastrellati e rimpatriati in stile Ice. Ma febbraio è anche il mese della rivolta pubblica di popstar come Sting ed Elton John e di scrittori come il Nobel Kazuo Ishiguro contro la normativa sull’Intelligenza artificiale, troppo blanda e permissiva in campo di diritti d’autore.

A maggio Starmer annuncia alla Camera una stretta sull’immigrazione e parla del rischio che la Gran Bretagna diventi “un’isola per stranieri”. È troppo poco per rincorrere sul terreno della xenofobia il rampante Nigel Farage, ma decisamente troppo per la sensibilità progressista dei laburisti, che in gran parte prendono le distanze. A cominciare dal sindaco di Londra Sadiq Khan, figlio di due immigrati pakistani.

A luglio alla Camera viene incalzato dai conservatori, che vogliono sapere se la cancelliera dello Scacchiere (la ministra dell’Economia) Rachel Reeves abbia ancora la sua fiducia. La risposta di Starmer è così incerta che Reeves scoppia a piangere in Aula: nuovo crollo della sterlina. Male in economia, peggio in politica: la proposta di riforma lacrime e sangue del welfare, con tagli ai fondi per disabili e bisognosi, viene ritirata.

A settembre nuova mossa securitaria: viene annunciata l’introduzione della carta di identità elettronica, andrà tenuta sullo smartphone. È una mossa abbastanza autolesionista in un Paese così libertario da aborrire i documenti di identità, il Daily Mail evoca la “Germania dell’Est”. Ma quello è soprattutto il mese delle dimissioni della sua vice, Angela Rayner: ha evaso tasse sulla casa per 40mila sterline.

A ottobre polemiche sulla scorta di Scotland Yard per la popstar Taylor Swift: è un privilegio assolutamente inedito per una privata cittadina. Non è una scelta direttamente riconducibile a Downing Street, ma in quei giorni salta fuori che Starmer e famiglia sono stati omaggiati di biglietti gratis per il concerto, e questo mediaticamente non è di grande aiuto.

Il 2026 va abbastanza peggio.

A febbraio scoppia lo scandalo di Peter Mandelson: l’ex eminenza grigia di Blair, nominato da Starmer ambasciatore negli Stati Uniti, deve lasciare la Camera dei Lord, accusato di aver venduto informazioni riservate al suo amico Jeffrey Epstein. Starmer prende le distanze ma viene fuori rapidamente che quella nomina ad ambasciatore era arrivata per direttissima, e su impulso di Downing Street, nonostante il parere negativo dell’intelligence. Ad assumersi la responsabilità è McSweeney, che si dimette. Ma la maggioranza dei britannici non crede che Starmer non abbia avuto ruoli nel trattamento di favore per l’ex blairiano, ormai politicamente e moralmente radioattivo.

A maggio il tracollo: alle amministrative il Labour perde un migliaio di seggi nei consigli comunali britannici. Una sconfitta particolarmente dura e significativa nel nord dell’Inghilterra, storica roccaforte laburista. Il Reform di Farage ne guadagna circa 1200. Si dimettono quattro sottosegretari, poi il ministro della Sanità Wes Streeting. È l’inizio della fine. Starmer si asserraglia per qualche settimana a Downing Street, arriva a non dare la parola ai ministri che vorrebbero analizzare le conseguenze della sconfitta. Poi cede alle pressioni del partito e si dimette. Non un solo mattone è rimasto in piedi.

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