Spreco alimentare, il Sud più sciatto del Nord. I single meno attenti delle famiglie con figli
Nel nostro Paese si continua a buttare ancora moltissimo cibo, malgrado dal 2016 sia in vigore la legge Gadda, considerata all’avanguardia in EuropaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
È una deriva del benessere e nel mondo, ogni anno, si mandano nella spazzatura un miliardo di tonnellate di cibo. È lo spreco alimentare, a cui è imputabile «un aumento totalmente evitabile di gas serra, stimato nel 10%. Quasi cinque volte le emissioni dell’intero traffico aereo globale», ricordano dal Wwf Italia.
Sono numeri mostruosi, questi dello spreco. Con tutta una serie di peculiarità che la dicono lunga su forma mentis e stili di vita. Ma anche attaccamento al pianeta. In Italia, chi butta più cibo vive al Sud, in città di piccole o medie dimensioni e appartiene al ceto popolare. Anche i single si distinguono per noncuranza. Per contro, prestano maggiore attenzione al valore degli acquisti alimentari le famiglie con figli, che abitano al Nord e abitano nei grandi centri. Tant’è: stando ai dati 2025 di Waste Watcher International, l’Osservatorio internazionale sui rifiuti, in una sola settimana nelle case del Meridione si cestinano 591,2 grammi di cibo. Al Centro si scende a 570,8, nelle regioni settentrionali ancora un calo sino a 516 grammi. Il Sud, peraltro, ha fatto segnare un +7% sul 2024; meritevole il -7% del Nord, mentre il Centro registra ugualmente un peggioramento, di tre punti base.
Ancora qualche altro dettaglio su queste cattivissime abitudini: la frutta è in cima alla lista degli alimenti che si buttano di più. Al secondo posto il pane fresco, seguono le verdure. Di più: lo spreco alimentare riguarda per il 60% l’ambito domestico. Il settore della ristorazione è al 28%, vuol dire che butta meno della metà di quanto non facciano le famiglie. I negozi sono decisamente più sotto, al 12%. A livello mondiale la somma finale di questa sciatteria si traduce in uno spreco pro capite di 79 chili. La fame nel mondo potrebbe non esistere, a parità di inquinamento generato. Oppure potremmo avere tutti un pianeta più sano e ricco, visto che insieme agli alimenti nella spazzatura finiscono anche mille miliardi di dollari.
In Italia è in vigore dal 2016 una normativa considerata all’avanguardia nel contesto europeo. Parliamo della legge Gadda, pensata per facilitare la donazione di cibo. Ma regole della logistica e burocrazia frenano ancora la lotta allo spreco. Infatti: le onlus, da un lato, non sempre hanno i camioncini refrigerati con cui andare a prendere gli alimenti; per un altro verso market e grande distribuzione devono tracciare le eccedenze in uscita, ciò che comporta maggiori costi organizzativi e di personale. Paradossalmente risparmiano buttando.
Le dimensioni del fenomeno si ricavano anche da altri dati: in Italia il costo dello spreco alimentare raggiunge i 7,3 miliardi di euro, pari a oltre cinque milioni di tonnellate. Eppure il nostro Paese non potrebbe permetterselo: l’8,4% delle famiglie vive in povertà assoluta e si aggiunge a quel 10,2 classificato in condizioni di povertà relativa. A questo va sommata l’insicurezza alimentare, che misura la difficoltà a reperire cibo sufficiente e nutriente. Il dato nazionale è da allarme sociale: oggi vale 14,36 punti, un crescita dello 0,5 rispetto al 2025, ciò che colloca la ricerca di un pasto quotidiano come un problema strutturale e non marginale.
In Italia lo spreco pro capite ammonta a 32 chili di cibo all’anno. Per il target Onu bisogna scendere a 13 entro il 2029. Quindi nel giro di tre anni.
Le sole feste di Natale hanno lasciato sul campo uno spreco che si aggira intorno ai 90 euro a famiglia, per un totale di mezzo milione di tonnellate. Le buone pratiche sono quasi elementari. Primo: bisogna pianificare meglio la spesa. Secondo: è necessario gestire con maggiore accuratezza le porzioni. Terzo: il riutilizzo degli avanzi deve diventare una pratica quotidiana.
Nel mondo gli esempi virtuosi non mancano e fanno il paio con Giappone e Gran Bretagna dove lo spreco alimentare è stato ridotto rispettivamente del 31 e del 18 per cento. In particolare nel Paese nipponico il ministero dell’Ambiente somministra annualmente un sondaggio per studiare le abitudini e orientare le buone pratiche. In Inghilterra, invece, la leva è data da iniziative a sostegno della ridistribuzione di cibo.
