Quarant’anni fa le ruspe al Poetto: addio ai casotti
Le ruspe si fecero strada nella sabbia sotto l’acqua di marzoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Le ruspe si fecero strada nella sabbia del Poetto sotto l’acqua di marzo: i proprietari dei casotti avevano sperato fino all’ultimo in un rinvio dell’Operazione sgombero – così l’avevano ribattezzata i cronisti dell’epoca – convinti che la pioggia caduta su Cagliari in quei giorni potesse rallentare tutto. Ma l’ultimatum della Capitaneria di porto non lasciava molti margini. L’ordine era chiaro: le demolizioni dovevano partire. E così fu.
La decisione era maturata dopo un blitz destinato a cambiare per sempre la spiaggia. Gli ufficiali della Guardia costiera avevano documentato, con fotografie e relazioni, centinaia di scarichi fognari abusivi che finivano direttamente nella sabbia. Sul lungomare, secondo le analisi della Usl21, la concentrazione di batteri aveva raggiunto livelli altissimi. “Si rischia l’epidemia”, diceva la magistratura sulle pagine dei giornali. Era il 6 marzo 1986, quarant’anni fa esatti. Da quel giorno il Poetto non sarebbe stato più lo stesso.
Come oggi, la spiaggia si stava leccando le ferite lasciate dal passaggio delle mareggiate invernali. Allora si chiamavano semplicemente cicloni, la moda di dare un nome – Harry, Cleopatra, Zeo, Apollo – doveva ancora far breccia a queste latitudini. Le onde avevano in qualche modo anticipato il lavoro delle ruspe. Alla Quarta fermata, oltre il Lido, quattordici casotti erano già stati smembrati dal mare: tavole di legno e pali erano sparpagliati sulla sabbia come giganteschi pezzi di Lego. Altri sarebbero caduti di lì a poco, abbattuti dalle benne dei bulldozer al termine di un lungo braccio di ferro tra lo Stato – rappresentato dalla Capitaneria – e gli enti locali, Regione e Comune. Un film che si ripete spesso e volentieri anche adesso, con temi e attori diversi.
Le cronache di quel 1986 raccontano un dibattito acceso, che coinvolse i protagonisti della politica dell’epoca. A Roma il ministro della Marina mercantile era il sardo Ariuccio Carta, democristiano di Bitti e figura di peso nel governo nazionale. In Sardegna, nella Giunta guidata da Mario Melis, l’assessore all’Urbanistica era il comunista Luigi Cogodi. A Cagliari sedeva per il secondo mandato il sindaco Paolo De Magistris. Tutti, in modi diversi, furono chiamati a intervenire su una vicenda che mescolava ambiente, diritto e tradizione cittadina.
Per mettere davvero a fuoco lo scenario bisogna però fare qualche passo indietro e immaginare il Poetto degli anni Ottanta. Dove oggi si trovano chioschi, passerelle e stabilimenti balneari, tra il Lido e l’ippodromo erano allineati centinaia di casotti multicolore. Piccole strutture di legno sostenute da pali affondati nella sabbia, completate con cucine improvvisate e bagni di fortuna. Molti cagliaritani li consideravano una seconda casa sul mare. Gli spogliatoi costruiti dai padri e dai nonni all’inizio del Novecento, nel tempo, erano stati trasformati in veri e propri rifugi estivi, piccoli pied dans l’eau affacciati sull’acqua. Negli anni Cinquanta e Sessanta quelle strutture erano state affidate con regolari concessioni, e i proprietari si erano organizzati persino in cooperative.
L’ordinanza della Capitaneria aveva colpito inizialmente i capanni di Marina Piccola, sotto il costone della Sella del Diavolo, ma presto il mirino si spostò più avanti, lungo l’arenile. L’ultimo censimento parlava di oltre ottocento costruzioni di legno disseminate sulla spiaggia. I concessionari tentarono di opporsi in ogni modo: assemblee pubbliche, proteste sotto i portici di via Roma, ricorsi al Tar. Per settimane si alimentò la speranza che la decisione potesse essere rivista o almeno rinviata. Anche perché qualcuno aveva investito i risparmi in quelle casette di legno di quattro-cinque metri per due: il mercato parallelo di quegli anni era fiorente e arrivava fino a 10 milioni di lire per monolocale sulla sabbia, dove qualcuno riusciva a vivere buona parte dell’anno.
Ma alla fine non ci fu nulla da fare. Le ruspe arrivarono davvero.
Davanti ai taccuini dei giornalisti, molti proprietari guardavano cadere i loro casotti con un misto di rabbia e nostalgia. «Se ne va un pezzo della vecchia Cagliari», commentavano i concessionari davanti ai taccuini dei giornalisti. Arrivati per descrivere una giornata che, se non ha fatto la storia della città, sicuramente ne ha rivisto i connotati fronte mare.
