È una generazione differente. L’allenatore del Cagliari, Fabio Pisacane, l’ha ribadito anche dopo la partita pareggiata 0-0 contro la Lazio. È la Gen Z, la generazione Z, quella di chi è nato tra il 1995 e il 2010. E, guardando la rosa rossoblù, è quella a cui appartiene la stragrande maggioranza dei giocatori: dai 2005 terribili - Palestra, Kilicsoy, Idrissi, ma anche Rodriguez e l’ultimo arrivato Albarracin - a Caprile (2001), Esposito (2002), Gaetano (2000). Ci rientrano persino i più esperti come Deiola e Mazzitelli (entrambi nati nel 1995, al confine con la generazione Millennial), Zappa (1999), Folorunsho (1998) e i vari Adopo (2000), Obert (2002), Sulemana (2003), Ze Pedro (1997), Dossena (1998), Borrelli (2000) e Felici (2001). Senza dimenticare poi i più giovani come i 2006 Liteta, Trepy e il giovane olandese Raterink arrivato nel mercato di gennaio. Insomma gli unici esclusi sono Pavoletti (1986), Mina (1994) e l’infortunato Belotti (1993).

Con la Gen Z è necessario comunicare in modo diverso. «Bisogna centellinare le parole», aveva detto Pisacane in un’intervista a La Gazzetta dello Sport, «o costruisci un ponte o alzi un muro». L’allenatore del Cagliari ha scelto la via del ponte. Ha imparato a capirli i giovani e non solo per la sua esperienza (vincente) con la Primavera rossoblù. Ha fatto un corso sulla Gen Z, per conoscere il loro mondo e sapere quali tasti toccare. Tasti ben diversi da quelli della generazione di calciatori a cui apparteneva lo stesso Pisacane.

«Vivono di applausi e di pochi rimproveri», ha illustrato il tecnico del Cagliari, «la nostra generazione era quella del “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, questa dice “quando il gioco si fa duro non dovresti essere qua”. Se dovessi parlare a questi ragazzi come parlavano a me gli allenatori dell’epoca non trasferirei nulla». Tradotto: non servono urla o modi bruschi per spronarli perché si rischia di ottenere l’effetto opposto. Hanno bisogno di fiducia, di sentirsi importanti e di essere ascoltati. «Sono iperprotetti nel privato ma abbandonati nel digitale». Un paradosso con cui gli allenatori di oggi devono fare i conti.

«Fanno in fretta ad esaltarsi come fanno in fretta a deprimersi», ha sottolineato anche dopo lo 0-0 contro la Lazio il tecnico rossoblù, «io devo essere bravo a correggerli sia se c’è troppa euforia sia se si deprimono». Pisacane ha dovuto farlo più volte nel corso di questa stagione, dimostrando che un allenatore oggi - ma anche in passato - deve mettere il ragazzo, l’uomo, davanti al calciatore, pensando soprattutto al loro bene. Come quando ha aspettato uno come Kilicsoy, abituato ai grandi riflettori in patria e che si è dovuto adattare a un calcio, una cultura e un mondo diverso. O come quando ogni settimana protegge in tutti i modi dall’esaltazione mediatica Palestra, che giornata dopo giornata si sta affermando come uno degli esterni migliori in circolazione. Cerca sempre di tutelarli nelle interviste e in conferenza stampa, a costo di fare da parafulmine e prendersi qualche critica di troppo.

Oltre all’aspetto psicologico, con la Gen Z bisogna lavorare in parte diversamente anche sul piano tecnico-tattico: «Usiamo tantissimo le immagini perché hanno una capacità visiva più sviluppata». E i riscontri sul campo sembrano dargli ragione.

Le dichiarazioni di Pisacane hanno conquistato tutti gli addetti ai lavori. Il suo messaggio sul diverso modo di comunicare con la generazione Z dovrebbe essere spiegato soprattutto ai tecnici e agli istruttori dei settori giovanili delle società di calcio italiane, sia le più importanti sia le più piccole. Troppo spesso non riescono ad entrare in sintonia con i ragazzi. Non perché i metodi di una volta sono sbagliati, ma perché non sono quelli giusti per loro.

© Riproduzione riservata