Permalose e vendicative, le fate abitavano in Sardegna
Ogni paese ha le sue leggende, un patrimonio rafforzato dal riconoscimento Unesco delle domus de janasPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
A Oniferi, si racconta, le fate uscivano all’imbrunire e solo i più fortunati potevano scorgerle mentre tessevano le loro tele preziose. A Oliena, invece, si dice che furono proprio loro, le janas, a insegnare alle ragazze del paese l’arte del ricamo. A Siligo abitavano vicino a Funtana Pinta ed erano talmente gelose della loro acqua che, quando il sindaco decise di incanalarla, con un sortilegio la tramutarono in una pozza piena di vermi. E a Nuragus, le donne ritiravano sempre prima dell’imbrunire i panni stesi per evitare che le fate facessero un incantesimo.
Non c’è paese in Sardegna che non conservi memoria delle leggende popolate dalle fanciulle di bellezza ammaliante che custodivano i segreti della vita degli uomini e avevano il potere di segnarne il destino. Sono le storie tramandate dalle nonne, che a loro volta le hanno ascoltate da bambine, in un ciclo infinito che regala sempre nuova vita alle favole che arrivano dalla notte dei tempi. Così le vecchie sarde non sono diverse dalla Mother Goose inglese e dalla Ma mere l’Oie della cultura francese, le narratrici custodi della tradizione, quelle che poi - nonostante qualche aggiustamento qui e là - hanno permesso a Charles Perrault e ai fratelli Grimm di raccogliere e pubblicare le più belle fiabe europee.
Le fate della tradizione popolare sarda abitano nelle grotte, nei nuraghi, nei castelli (come quello di Monte Oe tra Pozzomaggiore e Torralba), ma soprattutto nelle domus de janas, le stanze scavate nella roccia che in realtà erano tombe, camere funerarie risalenti al periodo prenuragico. In Sardegna se ne contano quasi duemila, alcune molto semplici, altre monumentali: vestigia di una civiltà - chiamata Cultura di Ozieri perché le testimonianze più importanti vennero recuperate nella grotta di San Michele, vicino alla città del Logudoro - che segnò l’avvento della società rurale e contadina (con la nascita di piccoli villaggi), pacifica e dedita al culto dei defunti. Un culto fondato sulla rinascita dei morti, per questo i sepolcri, scavati nella roccia, avevano la stessa architettura delle case: stanze, focolare, nicchie. Accanto alle domus più maestose - come quelle di Anghelu Ruiu ad Alghero o di Montessu a Villaperuccio -, molte di più sono le sepolture semplici e piccole.
Un tesoro che un anno fa è diventato Patrimonio mondiale dell’umanità, e al netto del valore aggiunto che un tale riconoscimento comporta, questi antri minuscoli sono un patrimonio (in larga parte poco valorizzato) per la Sardegna. «Proprio perché così piccole, la fantasia popolare generò la figura delle janas, donne bellissime e dotate di magici poteri, considerate come sacerdotesse oracolari», ha raccontato Dolores Turchi, studiosa di tradizioni popolari. «In tanti paesi sono descritte come esseri minuscoli; in altri, invece, sono viste come fanciulle normali e di straordinaria avvenenza». Erano viste così le fate che abitavano le domus dei centri del Goceano; così era descritta la jana del pozzo sacro di Santa Cristina. Minuscole come Trilli (la fatina di Peter Pan), o con fattezze di donna come la fata turchina, erano tutte suscettibili, permalose e talvolta vendicative.
A Ozieri si racconta la leggenda di Mariedda che attingeva l’acqua alla fonte quando la cagnetta delle janas le rubò la focaccia che teneva in mano; e siccome trattò con gentilezza la bestiola, le fate decisero di farle doni preziosi per ringraziarla della sua bontà: da quel giorno divenne sempre più bella e, quando si pettinava, dai suoi capelli cadevano monete d’oro. La zia della piccola divenne ben presto invidiosa e, venuta a sapere dell’origine di quella fortuna, mandò la figlia alla fontana. La ragazzetta, però, trattò male il cane delle fate: da quel momento divenne sempre più brutta e dalle sue chiome cadevano pidocchi e tigna. Tutte le janas amano danzare, ma gli uomini - si racconta a Mores e a Pozzomaggiore - non possono toccarle perché altrimenti queste perdono i loro poteri e diventano umane. Tutte amano stare davanti al loro telaio, fatto interamente d’oro, a tessere tappeti e panni preziosissimi. Secondo la leggenda, poi, le janas si avvicinano alla culla dei neonati e ne decidono il destino: così, quando il piccino è benfatato , la sua sarà una vita di felicità e fortuna; quando, invece, è malfatato, la sua sarà un’esistenza di dolore e disgrazie.
A Oniferi sono due le necropoli di epoca prenuragica: una in località Brodu, sulla strada per Benetutti; l’altra, più conosciuta, a Sas Concas , in un terreno privato, a ridosso della vecchia carreggiata che porta al paese. Sono tombe che risalgono al 3000 avanti Cristo; quindici case funerarie, con più celle, in alcune delle quali si possono vedere i petroglifi, decorazioni sulle pareti a forma di figure umane stilizzate. Case di roccia, dove, secondo le credenze dei sardi del Neolitico, la morte veniva sconfitta e i defunti tornavano in vita. Credenze di un tempo lontano, ma ancora oggi le vecchie raccontano storie di fate che leggono nel cuore degli uomini.
