«Pannella era un filosofo, non un politico. E la politica non c’entra nulla con gli scacchi»
Da Beccaria a Orban, parla Deriu, capogruppo Pd in Consiglio regionale e autore di “Il Principe della Repubblica”Marco Pannella il 31-12-2006, secondo giorno di sciopero della fame e della sete contro la condanna a morte di Saddam Hussein (Ansa/Di Meo)
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Per i dieci anni dalla morte di Marco Pannella ci si sarebbe aspettati di più, molto di più. Sui giornali, nelle aule assembleari e in quelle dei convegni. Soprattutto ora che il liberalismo - fino all’altro giorno dato placidamente per acquisito come forma naturale e presupposto della nostra vita politica, modello definitivamente vincente dopo il ko inflitto al comunismo alla sovietica – è messo brutalmente in discussione da populismi che conquistano spazi e ruoli un po’ ovunque nell’Occidente.
Chi cerca un risarcimento pannelliano, e quindi uno spazio in cui l’azione e il pensiero del leader radicale siano inquadrati nella loro dimensione (e più complessivamente una riflessione che spazia da Beccaria a Trump per tenere il punto sul liberalismo e sulla sua necessità, sulla politica, le sue regole democratiche e i luoghi comuni che le appannano) può cercare fra le 218 pagine di “Il principe della Repubblica” (Castelvecchi, 20 euro), cioè trent’anni di scritti e riflessioni di Roberto Deriu, capogruppo del Pd in Consiglio regionale, raccolti in un libro prefato da Arturo Parisi e curato da Carlo Sanna, che lo definisce «una guida per chi ama la politica e vuole leggerla in modo meno ingenuo, ma anche per chi la studia come scienza».
Il rischio, con un testo composto episodicamente nell’arco di tre decenni senza avere dichiaratamente in mente un progetto unitario, è quello della miscellanea. Eppure per quanto le sue sezioni abbiano impostazioni e temi profondamente differenti – dal negoziato come disciplina esatta allo Stato di diritto come garanzia di incolumità, con una fluidificante e misurata componente aneddotica – l’impianto è lineare e il concetto di fondo non vacilla.
Ovvero che il Principe in democrazia esiste, ed è il popolo. D’altra parte l’autore - anche per via del suo insolito pedigree politico, in cui il pannellismo libertario e liberale convive con l’ascendente democristiano della sinistra sindacale di Forze Nuove - ha percorso una buona parte della sua parabola politica sinceramente convinto di essere un popolare. Poi proprio Pannella gli diagnosticò un differente dna: «Mi disse: “No, tu sei un cattolico liberale”. E dato che la definizione proveniva da tanta autorità, ho deciso di subirla».
Quindi è inevitabile, in questa conversazione, partire proprio da uno slogan caro al leader radicale. Che fisicamente manca appunto da dieci anni, ma intanto l’attualità della guerra, e il peggiorare della crisi delle strutture sovranazionali, lo rendono sempre più contemporaneo e necessario.
“Strage di diritto, strage di popoli”.
«Quando Tajani – che manifesta sempre grande solidarietà ai radicali sul garantismo – ti dice che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, lì abbiamo la negazione piena del pensiero pannelliano».
Però stavolta sono democrazie a commettere stragi.
«È la strage di diritto che conta: quando non segui il diritto, c’è la strage. Poi puoi chiamarti democratico o totalitario o come ti pare, ma quando non c’è lo Stato di diritto non c’è tutela della vita».
Però fa impressione che la strage – prima di diritto e poi di esseri umani – la commettano regimi parlamentari di antica tradizione.
«Evidentemente c’è la caduta della cultura liberale, e quindi dello Stato di diritto, anche nella culla dello Stato di diritto».
Sempre Pannella: «Se tu vuoi vietare l’esercizio di una facoltà umana praticata a livello di massa, tu fallirai e sarai costretto all’illusione autoritaria del potere che colpisce il “colpevole” e lo colpisce a morte». Però in Russia, o in Cina, o anche nell’America dell’Ice che spara sui cittadini, il potere che colpisce a morte è molto solido e consolidato. Sembra tutt’altro che un’illusione.
«Questa è la percezione che ne abbiamo noi, che stiamo perdendo la fede nella cultura liberale dello Stato di diritto. E quindi stiamo perdendo la fede nella democrazia, perché la democrazia senza Stato di diritto è una democratura, un regime plebiscitario. Ma è una percezione che appartiene a questi tempi, e d’altra parte c’era anche negli anni Trenta del Novecento. D’altronde nel libro lo scrivo: il totalitarismo è più smagliante, la sua estetica è molto superiore a quella del liberalismo, che invece ha un’estetica mediocre. Ma il totalitarismo ti toglie la libertà e ti ammazza, il liberalismo ti consente di vivere in pace».
Pannella padre nobile della cultura politica. Eppure, per chiunque ne abbia seguito il percorso, Pannella uguale provocazione.
«A che cosa si riferisce?».
Per esempio ai suoi scioperi della fame, o al suo cercare e ottenere l’arresto: provocazioni nonviolente, ma comunque provocazioni. Lei invece nel suo libro fa costantemente l’elogio della trattativa, del negoziato: sembra l’esatto opposto della provocazione.
«No, dire “Pannella uguale provocazione” significa assecondare quella cultura conformista che gli ha sempre negato la parola. Nel senso che ha negato la comprensione delle sue parole. In realtà Pannella era persona perfettamente ragionevole: aveva, come tutti i profeti, l’urgenza di gridare quello che sarebbe successo dopo. Nell’inconsapevolezza generale».
Anche se nel ricordo generale resta uno che gridava continuamente. E gridava che non lo lasciavano gridare.
«Certo, il sistema mediatico funziona così. Se io adesso la prendessi a schiaffi durante l’intervista avrei sicuramente dei titoli e uno spazio molto superiori a quelli che invece avrò continuando a parlare civilmente. Ma dipende dal vostro modo di comunicare, non è la vocazione di chi comunica».
Ma su, ormai il sistema mediatico è al tramonto, l’informazione è polverizzata: la congiura del silenzio non regge più.
«Non credo che sia vero. Casomai a livello mondiale si registra il contrario, cioè la concentrazione delle fonti di informazione e di cultura. Quindi, anche in una tempesta di frammenti, la comunicazione resta orientata conformisticamente. E in modo deciso, direi».
Qual è l’ultima volta che ha visto Pannella?
«A casa sua sul letto di morte, potremmo dire, anche inizialmente mentre parlavamo si muoveva su e giù per la stanza. Poi si è adagiato - era molto stanco, sarebbe morto di lì a due settimane – e abbiamo avuto una lunga conversazione che rimane una delle cose più importanti della mia vita».
Di che cosa avete parlato?
«Parlava della morte: della serenità con la quale affrontava questo passaggio. E dell’allegria. L’allegria dell’agonia, se lo posso dire così. Era molto socratico. E lì ho maturato il convincimento che non sia stato un grande politico ma un grande filosofo. Un grande pensatore liberale che ha testimoniato nel Novecento gli sviluppi possibili del liberalismo».
È il nume tutelare di questo suo libro.
«Direi il nume esemplare».
Ok, nume esemplare di un libro che si intitola “Il principe della Repubblica”. Il principe in questo caso è il popolo. Machiavelli invece intendeva un principe vero e proprio, mentre Gramsci aveva in mente il Partito. Passi per Machiavelli, ma per un esponente della vita pubblica sarda polemizzare con Gramsci è vietato.
«Date le rispettive dimensioni intellettuali e culturali, se io polemizzassi con Gramsci lui nemmeno se ne accorgerebbe. Però sì, io dico che il principe è il popolo, e che i partiti sono i suoi servi. O i suoi ministri, se ci piace il latino. Il partito è indispensabile perché il popolo partecipi, ma la sovranità deve restare al popolo, senza lasciare che venga espropriata dai partiti né dalle burocrazie. Né dai potentati economici. Né dai demagoghi».
Lei scrive che i partiti devono essere democratici “fino alla pedanteria”. Spesso non lo sono neanche lontanamente, ce ne sono che addirittura non celebrano i congressi. Non andrebbe recuperato l’emendamento di Mortati sull’obbligo di democrazia interna nei partiti che fu bocciato dalla Costituente?
«Il metodo democratico è previsto dalla Costituzione, in un Paese come l’Italia la difficoltà di fare una legge sui partiti sta nel fatto che la cultura democratica liberale non è condivisa. Lo Stato di diritto, e la cultura liberale che lo sottende, non è maggioritaria né condivisa. Quindi questo equivoco fondamentale impedisce la realizzazione di un sistema di partiti completamente democratici, e quindi di una normativa sul tema».
A parte non uniformarsi a Gramsci, nel libro lei si toglie un altro sfizio che in Sardegna è tabu: parla male dell’orgoglio, dice che “dà dipendenza”. E noi, invece, quasi ci inteneriamo a raccontare - e a raccontarci - quanto siamo orgogliosi, quanto siamo fieri…
«L’orgoglio ha due significati. Se lo intendiamo come fierezza, nessuno ti impedisce di essere fiero. Io lo considero un sentimento un po’ retorico, però non c’è niente di male a nutrirlo. Invece l’orgoglio di cui parlo io è l’amor proprio, l’innamorarsi delle proprie idee, delle proprie posizioni: nella pratica della politica è un gravissimo difetto».
Abbastanza diffuso.
«Purtroppo non c’è una diffusa formazione del politico. Questo libro cerca di colmare questa lacuna, nel senso che può essere un manuale di formazione».
D’altronde le scuole di partito non esistono più.
«Ma non è vero, le scuole esistono. Non esistono più i partiti come li abbiamo conosciuti».
Perché?
«Perché non hanno i soldi. I soldi che servono per essere abbastanza diffusi e per dare a ciascuno, anche al più disperso, lontano, povero e periferico, un’occasione di confronto sui temi politici. La gente è distante dalla politica perché nessuno la fa entrare, è un problema di accesso.
Eppure più che un manuale di politica, almeno in un punto può sembrare un manuale di auto-aiuto, o di cultura New Age: quando avverte che “il tempo sei tu”.
«Quella è la parte sulla trattativa, che è molto tecnica ed è il vero contributo che immodestamente credo di poter dare quanto a scienza politica. E “il tempo sei tu” è una consapevolezza che va maturata quando a una trattativa si dà una scadenza».
Consapevolezza di che cosa?
«Consapevolezza che la scadenza è fasulla: una trattativa non conosce una regolamentazione perentoria. Mentre riesce bene se utilizziamo tutto il tempo che abbiamo a disposizione – tutto il nostro tempo, quindi “il tempo sei tu” significa che sei tu l’orologio – per raggiungere il risultato».
Se non New Age, lei a tratti sembra ecumenico. Almeno quando scrive che “la politica ha come senso la salvezza”. La politica è anche combattere l’altro e prevalere su di lui per invertire una tendenza, fermare un pericolo, impedire una deriva.
«Di questo non sono convinto: per me la politica è soluzione di problemi comuni».
In Ungheria si è insediato un governo liberal-conservatore che non ha certo “cercato una soluzione comune” con gli orbaniani: li ha sconfitti.
«È il popolo che fa politica. E il popolo ungherese ha risolto il suo problema».
Questa non l’ho capita.
«Lei propone un punto di vista in cui la politica è un confronto fra liberali e illiberali. Dal mio punto di vista, invece, la politica consiste nel fatto che la maggioranza del popolo ungherese si è trovata - trascorrendo molti anni in un esperimento populista – a individuare una soluzione per il proprio Paese. Perciò l’accento non è sul confronto e sulla competizione delle élite, ma sulla ricerca della soluzione dei passaggi storici».
Oltre alla politica come competizione, una formula che rifiuta è quella – molto classica, in realtà – della politica come il gioco degli scacchi. E della politica come il calcio.
«Sono due metafore che vorrebbero spiegare la politica ma in realtà allontanano dalla comprensione».
Perché?
«Perché si basano su alcune certezze che nella politica non ci sono: la certezza di un certo numero di giocatori, la certezza che esistano un delimitato campo di gioco e un numero finito di regole, tutte conoscibili contemporaneamente».
E invece?
«E invece nella politica non si sa quanti sono i giocatori, perché ne intervengono continuamente altri. Non si sa quanto è grande il campo di gioco. Non si sa se per vincere la partita devi prendere il re o buttare la palla nella rete avversaria. Non si sa quante sono le regole che quindi io definisco infinite, così come è infinito il campo e sono infiniti i giocatori».
E come virtù principale per chi gioca a questo gioco sconfinato lei indica l’umiltà.
«Mi sembra consequenziale: di fronte all’infinito non puoi che renderti conto che non conti nulla».
Qual è la lezione di umiltà più significativa che ha avuto in politica?
«Ero ancora un ragazzo, il mio maestro politico Franco Mariano Mulas era candidato alla Camera alle elezioni del 1994. Il nuovo sistema elettorale aveva ingannato l’ottimismo di chi lo vedeva vincitore senza problemi, ma quando arrivarono i risultati elettorali li guardò e disse soltanto: “Pazienza, è andata così”. La sua impassibilità, mentre io accanto a lui mi disperavo, era una prova di modestia. Una prova della consapevolezza di non essere il centro del mondo».
Un’autodisciplina da samurai.
«Forse un atteggiamento più cinese che giapponese, nel senso dell’arte della guerra di Sun Tzu. Un altro politico dall’atteggiamento orientale, nel suo caso direi zen, era Salvatore Ladu. Il suo motto era: “Pensa al contrario”».
Che cosa voleva dire?
«Quanto gliel’ho chiesto mi ha risposto: “Al contrario!”. Come dire: “Se lo vuoi capire lo capisci”. Ma Ladu non era democristiano: era demobuddista».
