New York torna a festeggiare: era proprio l’anno dei Knicks
Una stagione incredibile culminata con il successo nelle Finals contro San Antonio. Nello staff tecnico dei campioni anche il sardo Riccardo FoisPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il segnale inequivocabile è arrivato in gara 4 con il tap-in allo scadere di OG Anunoby. Una giocata entrata già nella storia dell’Nba e che ha completato la più clamorosa rimonta di sempre in una partita delle Finals da -29 (nessuna squadra era riuscita prima a vincere dopo essere stata sotto di così tanto). Alla fine, New York ce l’ha fatta, 53 anni dopo, a riportare il titolo a casa, a confermare che questo era proprio l’anno giusto. Era l’anno dei Knicks, la prima franchigia capace di fare il “double”, visto che a Las Vegas lo scorso dicembre avevano conquistato anche l’Nba Cup battendo sempre gli Spurs.
Il percorso
New York alle Finals è arrivata lanciatissima con una delle playoff run più memorabili di sempre. Le uniche vere difficoltà sono arrivate nel primo turno contro gli Atlanta Hawks, gli unici capaci di battere due volte i Knicks in questa post-season e andare addirittura in vantaggio nella serie per 2-1. Nei due turni successivi, sono arrivati invece due “sweep” senza appello: 4-0 ai Philadelphia 76ers e soprattutto 4-0 ai Cleveland Cavaliers. Le vittorie consecutive sono arrivate poi a 13, contando anche i due successi sul campo di San Antonio nelle prime due gare delle Finals. In mezzo però ci sono state tante rimonte e tanti episodi che avevano fatto capire alla piazza – probabilmente la più calda di tutta l’Nba – che finalmente era arrivato il loro momento. Anche contro i Cavs, nella gara 1 delle finali di Conference, la squadra di Mike Brown era riuscita a rimontare dal -22. Il -29 contro gli Spurs è stato il capolavoro.
Davide contro Golia
Eppure, alla vigilia delle Finals in molti davano per favoriti i texani. Vuoi perché l’ovest è da sempre considerato più competitivo. Vuoi perché hanno battuto i campioni in carica – gli Oklahoma City Thunder – al termine di una delle serie più belle dei playoff conclusasi a gara 7. Vuoi perché sono guidati dal futuro dominatore della lega: Victor Wembanyama. Il francese è alto 2 metri e 24 ma tira da tre e si muove come una guardia. In difesa (è stato votato nella regular season miglior difensore dell’anno all’unanimità, mai nessuno prima di lui) invece non fa passare nulla e rifila stoppate a chiunque. Dall’altra parte i Knicks sono capitanati da Jalen Brunson. Alto 1 metro 88, tutt’altro che un predestinato (fu scelto alla 33° nel draft del 2018) e da molti indicato come il principale problema di New York. Secondo i critici, non si può vincere con un giocatore di riferimento così basso che non si chiama Steph Curry. Brunson ha invece spazzato via tutto e tutti, non solo guidando i Knicks a vincere l’anello dopo 53 anni, ma aggiudicandosi anche l’Mvp delle Finals segnando 45 punti nella decisiva gara 5 sul campo di San Antonio. Un confronto tra Davide e Golia che ha premiato proprio il giocatore più basso. Non da solo, certo, perché il basket è uno sport di squadra e nel corso delle cinque partite New York ha potuto contare su protagonisti diversi. Karl-Anthony Towns, capace di mettere in difficoltà Wemby su entrambi i lati del campo, limitandolo in attacco e mettendolo in difficoltà in difesa. Il già citato Anunoby, non solo (ma soprattutto) per la grande giocata che ha deciso gara 4. E poi tutto il supporting cast, compreso un Mitchell Robinson che nel finale di gara 5 ha preso un rimbalzo decisivo. Dall’altra parte, invece, San Antonio ha probabilmente peccato di gioventù. Diversi errori soprattutto di Wembanyama: la palla persa banale in gara 2 con il passaggio a Castle girato e i tiri liberi falliti nel finale. Il più clamoroso resta quello di Fox in gara 5, quando anziché lasciar scorrere gli ultimi secondi per subire un fallo e andare in lunetta ha provato a tirare sottocanestro, facendosi stoppare proprio da Anunoby. La carta d’identità però sorride agli Spurs che sicuramente avranno altre occasioni per vincere il titolo.
La festa
Nel successo dei Knicks la firma anche di Riccardo Fois, l’olbiese che fa parte del coaching staff di Mike Brown. A New York è esplosa inevitabilmente la festa dopo la vittoria dell’anello. Tifosi riversati nelle immense strade di Manhattan dove risultava praticamente impossibile passare. Qualcuno si è spinto anche oltre nelle celebrazioni, ma tutta la città la aspettava da oltre mezzo secolo. E ha avvertito che quest’anno l’aria era diversa. Partite che non si dovevano vincere portate comunque a casa. Una squadra che non molla mai, anche quando va sotto di oltre i 20 punti. Canestri che non dovresti segnare che entrano dentro. E forse anche un “ora o mai più”. Perché quando si congiungono gli astri è sempre meglio approfittarne. I Knicks l’hanno fatto.
