Nel centenario di Maria Ausiliatrice il ricordo dei caduti e dei reduci
In un opuscolo e in un’opera teatrale le origini della festa voluta dai sopravvissuti alla Grande GuerraPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Cent’anni di fede e devozione non sono un giorno. Ma preghiere attecchite nel ricordo dei caduti al fronte e nel ringraziamento alla Vergine per aver riportato la pelle a casa. I reduci della Prima guerra mondiale, proprio un secolo fa, decisero di edificare una cappella tra i lecci del bosco Seleni, in quella parte di foresta che era punto d’arrivo di tante escursioni volute dai salesiani e dal 1926 in poi avrà un nome: Maria Ausiliatrice. Chiare e fresche acque che sgorgano dalle fontanelle, un luogo ammantato d’incanto e di magia che sembra fatto apposta per suggerire la meditazione e scacciare le tentazioni dell’oblìo. La chiesetta dedicata alla Madonna verrà, dopo (1957), e ogni anno – l’ultimo sabato di luglio – diventerà meta di un pellegrinaggio. Punto di partenza la cattedrale, punto di arrivo il tempietto immerso nel verde. L’idea nacque perché i soldati di Lanusei ammirarono la statua dell’Ausiliatrice che nel 1901 il patriarca di Venezia, futuro Papa Pio X, fece collocare sul Monte Grappa. Invocavano la sua protezioni i combattenti «per ottenere salva la vita o – è scritto nell’opuscolo – per avere conforto nella morte».
Nel tempo si sono succeduti comitati, presidenti. Il senso della ricorrenza è rimasto intatto. E ora lo attualizza un gruppo di donne che da diversi anni organizzano la festa di popolo sotto l’egida dell’associazione Il Mantello Azzurro, comitato Maria Ausiliatrice. Con loro soltanto tre uomini, il presidente Giandomenico Contu, Franco Fanelli, che ha messo a disposizione il suo impegno nel ricordo della moglie, Susy Arzu, volata via troppo presto, e Paolo Gisellu. Proprio le donne di Maria Ausiliatrice, quest’anno, hanno voluto realizzare un opuscolo perché rifulgesse la memoria dei combattenti uccisi al fronte e dei ragazzi che allora riuscirono a tornare a casa. Intrecci, suggestioni, sentimenti delle spose, delle sorelle e delle madri che ebbero la fortuna di riabbracciarli e di chi dovette versare lacrime per loro.
Le donne di Mantello Azzurro, nell’opuscolo, raccontano che i soldati partiti da Lanusei in treno nel 1915 «quando tornarono, raccontarono; quando non tornarono, per loro parlarono i reduci e i loro cari. L'immagine di Giovanni Murru, classe 1890, fermo sul ponte della nave che lo riportava in Italia, convinto della sua scelta di volontario. A differenza di tanti, non esitò ad abbandonare quanto realizzò con sacrificio in Argentina, ove era emigrato, per rientrare in Patria; e la Patria gli appunto sul petto la propria riconoscenza. L'effigie di Serafino Contu – bisnonno di Gisella Piras, una delle donne del comitato, ndc - che la guerra non l'aveva scelta, nascosto sotto un cumulo di cadaveri per salvarsi dalle baionette degli austriaci che vittoriosi “ripassavano” i feriti italiani sul campo di battaglia, per assicurarne la morte».
C’è poi Teresina Trudu, «persa nel suo canto, con lo sguardo rivolto al porto di Arbatax, nell'inutile attesa del fratello Giovanni, del quale avevano già restituito solo gli scarponi. L'immagine di Rosica, madre di due bambini piccolissimi e moglie di Serafino Deplano. Come per tanti, anche per loro la guerra ebbe inizio con una cartolina, venne scandita dalle cartoline inviate dal Fronte e terminò con quell'unica cartolina che mai si sarebbe voluto ricevere. Rosica non sapeva leggere, né scrivere; Serafino (nonno di Lucia e Lisetta Deplano, ndc) neppure. Ma altre mani avrebbero scritto una parola avara di lettere, ma carica di sottintesi, chiari solo a loro due. Ed eccola Rosica, con la cartolina in mano, di corsa da chi poteva dare voce a Serafino, fino all'aprile del 1917».
L’opuscolo dato alle stampe dal comitato si rivela preziosissimo, ma, sostengono le autrici, «non ha alcuna pretesa, né dal punto di vista letterario, né da quello storico, se non quella di testimoniare la forza della fede del popolo di Lanusei in Maria Ausiliatrice, Regina del Seleni».
La memoria è scolpita nei testi della pièce teatrale “Dall’altopiano alla fontana del bosco”, scritta e interpretata da Silvano Vargiu con le musiche e i canti del coro Prama ’e seda di Cala Gonone, col maestro Gianpaolo Selloni. Vargiu ha ridato voce al reduce Vincenzo Pistis: «Lui e gli altri commilitoni si salvarono ma vennero fatti prigionieri e costretti a lavorare duramente con la catena ai piedi. Finita la guerra, nonno Vincenzo tornò a casa nell'abbraccio della sua famiglia. Impaziente di riprendere in mano la sua vita, andò dal custode per riprendere i buoi che aveva lasciato quando parti al fronte. Dovette discutere parecchio con l’uomo che non aveva alcuna intenzione di restituirglieli. Se li sentiva ormai già suoi, perché era convinto e speranzoso che “siu Vissenti” da quella guerra non sarebbe più tornato. Riavuti i suoi buoi, sorse però un nuovo problema: cosa avrebbe seminato? Lui sapeva che quasi tutto il raccolto dei cereali veniva requisito dallo Stato per la provvigione dell'esercito e delle città, lasciando le famiglie in fame e povertà. Ma con furbizia la moglie Agostina era riuscita a nascondere, in un angolo segreto della casa, una quantità di grano sufficiente per la semina».
Lo spettacolo, che gronda emozione e sentimenti, è andato in scena come anteprima della festa sul sagrato della chiesetta. «Mettere in scena la storia centenaria del culto di Maria Ausliatrice – dice l’artista – ha significato per me una riscoperta della storia del nostro paese e anche di un pezzettino di storia personale, perché tra le persone sopravvissute al fronte c’era anche mio nonno paterno Luisicu. La cosa che mi ha stupito è che molti di questi ricordi venivano tenuti per sé tra i familiari dei reduci e dei caduti come se fossero ferite da rimarginare nel silenzio. E solo successivamente, incalzati dai discendenti, loro le hanno volute raccontare».
Il merito dell’associazione il Mantello Azzurro è stato quello di raccogliere le testimonianze, affidarle alla vena artistica di Vargiu e raccontarle nell’opuscolo. Eccoli allora i soci del comitato che ha eseguito questo lavoro: Giandomenico Contu (presidente), Maria Agnese Congiu (segretaria), Lucia Deplano e Francesca Vacca (econome), Franca Piras, Maria Grazia Piroddi, Lisetta Deplano, Vanda Paola Godani, Maria Paola Demara, Donatella Cannas, Lauretta Marci, Gisella Piras, Paolo Gisellu, Franco Fanelli, Anna Maria Deiana, Ines Ligas, Simona Ligas, Claudia Aresu, Michela Sette e Nina Casu. «Vorremmo sottolineare – dicono in coro - che tutti i soci in egual modo hanno contribuito alla riuscita dei festeggiamenti del centenario, secondo una ripartizione di compiti che ciascuno ha portato a termine, chi più visibilmente, chi più riservatamente, ma non per questo di minore importanza».
