L’ultima giocata da campione di Serginho, il brasiliano diventato sardo
L’addio al calcio a 5 di un giocatore arrivato in Sardegna nel 2004: «È diventata subito la mia nuova casa». I successi, le promozioni e i ricordi: «Porterò nel mio cuore le tante emozioni vissute»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Un addio al calcio a 5 giocato tra le lacrime e una certezza: restare in Sardegna, la sua nuova casa, sempre in questo ambiente che è la sua vita. Sergio Eduardo Alves Carneiro, per tutti Serginho, lo scorso 18 aprile a 44 anni ha disputato la sua ultima partita di futsal: vittoria con la maglia del Quartu, con gol, nella sfida playout che ha sancito la salvezza in serie A2 per la squadra quartese. E il PalaBeethoven alla fine, oltre ad applaudire il risultato sportivo si è alzato ad applaudire il suo capitano. Attorno a lui dirigenti, tecnici e compagni del Quartu e l’inseparabile moglie per una giornata dalle forti emozioni. «Momenti indimenticabili», dice. «Ho trascorso la mia vita in nei campi di calcio, soprattutto calcio a 5, ma resterà nell’ambiente con le attività che ho già avviato».
Nato a Mairinque, in Brasile, ha iniziato a giocare a calcio all’età di sei anni: «L’ho fatto nella squadra della mia città. Per molti anni ho praticato calcio a 11 e futsal, poi la scelta definitiva a 16 anni. «Sono andato a Botucatu, a duecento chilometri da casa per giocare solo a calcio a 5. Poi il trasferimento a Sertaozinho, momento importante perché ho conosciuto la donna che poi sarebbe diventata mia moglie Fabiana. Ancora una nuova maglia, quella del Bebdedouro, che mi ha permesso di incontrare Fabio Previdelli. Sarà lui l’aggancio per approdare in Italia». Nel 2003 infatti attraverso un altro giocatore italo brasiliano, Serginho arriva alla Luparense e poi alla San Lazzaro. Ottenuta intanto la cittadinanza italiana, viene agganciato proprio attraverso Previdelli dal Quartu C5 del presidente Marco Vacca che disputa la seria A2. La società cercava un italo brasiliano e così Serginho nel settembre 2004 sbarca nell’Isola. Per non andar più via.
Da quel momento tante soddisfazioni con diverse maglie: soprattutto la serie A con il Cagliari ma anche Sestu, Asso Arredamenti, FF Cagliari e l’avventura con il Futsal Selargius in serie C2 per poi diventare Quartu e raggiungere la serie A2. Ma quando Serginho ha capito che la Sardegna sarebbe diventata la sua seconda casa? «Quando è nato mio figlio Noha nel 2013. Quello è stato il momento in cui abbiamo capito che saremmo rimasti qui. Sono arrivate anche delle proposte per andare via, ma non le ho mai nemmeno prese in considerazione. Ci siamo sempre trovati bene: sono tanti i brasiliani che hanno giocato qui per poi decidere di trasferirsi per sempre in Sardegna. Qui si sono persone accoglienti e generose, e c’è una vita, così come il clima, che ricorda molto il Brasile ». Anche se la nostalgia, la saudade, c’è sempre e sempre ci sarà: «Il mio Paese mi manca sempre, così come la mia famiglia. Cercavo di ritornare ogni anno, poi ogni tre quando è nato nostro figlio». Con Fabiana Michelli sono sposati dal 2005: «E oramai ci sentiamo sardi».
I ricordi in campo sono tanti. Ma quando Serginho ha maturato la decisione di smettere? «Quando, nella settimana prima della sfida contro l’Asti, non sono stati convocato. Ho trascorso un fine settimana bello con mio figlio e mia moglie. E non mi è mancato molto il campo. Ho detto a me stesso: questo è il momento di smettere». Così è stato: stagione portata a termine, salvezza e l’addio in lacrime al futsal giocato.
Perché il pallone resta il mondo di Serginho che ha una scuola a calcio a Quartucciu, con la doppia attività: l’Asd New Team, nome suggerito da un amico che richiama il noto cartone Holly e Benji. La moglie è la presidente. Non solo: ha anche una società di tecnica individuale l’Escolinha.
«Porterò nel mio cuore tutto quello che ho vissuto in campo, culminate con l’ultima partita. Aver visto in tribuna tante persone che hanno fatto parte della mia vita è stato molto bello. Ho vissuto tante emozioni in pochi istanti». Per ora Serginho si dedicherà alla sua scuola calcio e a quella di tecnica. Diventare allenatore di una prima squadra? «Per ora non ci penso. Più avanti chissà, vedremo».
Una carriera da incorniciare, un esempio in campo e fuori per tanti giovani: «In 22 anni non ho mai preso un cartellino rosso», ricorda. «E raramente ho saltato una partita per infortunio, giocando anche quando ero acciaccato. Ho quasi sempre lottato per promozioni, disputando campionati di alta classifica». Ricorderà sempre i bellissimi rapporti con i compagni di squadra brasiliani e italiani, con i tanti allenatori avuti e con i dirigenti delle società in cui ha giocato ma anche quelle avversarie. «Non voglio fare nomi per non scontentare nessuno». Ma alla fine uno gli esce dal cuore: «Una persona decisiva per la mia carriera comune c’è. Ed è mia moglie: mi è sempre stata vicino, e ha sempre tifato per il Serginho giocatore e soprattutto uomo ».
