Lukashenko, dal vertice di una fattoria alla ricostruzione dell’Urss in miniatura
Da politico anticorruzione a vassallo di Putin, la parabola del dittatore che teme gli orsacchiotti svedesi ma non il CovidIl presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ricevuto a Pechino dal presidente Xi Jinping (Epa-ufficio stampa della presidenza bielorussa)
Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Potrebbe essere falso, visto che la fonte dell’informazione è lui stesso e notoriamente i dittatori non hanno un gran rispetto per la verità, ma quando il soviet supremo della Bielorussia votò sullo scioglimento dell’Unione Sovietica, l’unico a esprimersi contro fu lui, Aleksandr Lukashenko. Era il 1991: tre anni più tardi quell’omone baffuto, incapace di accettare il tramonto dell’Unione Sovietica, diventava presidente della Bielorussia stracciando l’uscente Viaceslav Kebich con l’80 per cento dei voti.
Il suo pedigree politico non era particolarmente significativo e la voce più rilevante del suo curriculum professionale era l’aver diretto una fattoria statale. A sedurre gli elettori furono più che altro due impegni: debellare la corruzione e rinsaldare l’asse con Mosca. Trentadue anni dopo, il primo obiettivo non sembra molto centrato: nell’ultimo indice della “corruzione percepita” stilato da Transparency International, una sorta di classifica dell’onestà che vede stabilmente la Danimarca al primo posto, la Bielorussia è al 124° posto su 182 Paesi (per chi se lo sta chiedendo, all’ultimo ci sono Sud Sudan e Somalia. E l’Italia è al 52°).
Ma quanto all’asse di ferro con Mosca, Lukashenko può dire di aver mantenuto la promessa. L’uomo che lunedì 29 giugno è stato ricevuto a Pechino dal presidente cinese Xi Jinping, con stretta di mano e photo opportunity da far schiattare di invidia più di un leader occidentale, è per molti aspetti un vassallo di Putin. Il suo potere dipende da due asset russi, l’energia e l’appoggio militare: senza, l’economia bielorussa sarebbe crollata da tempo e le proteste popolari lo avrebbero travolto. Ovviamente combustibile e sostegno armato sono risorse preziose e vanno pagate con la pregiatissima valuta politica della sottomissione. In questo senso, l’uomo che non voleva lo scioglimento dell’Urss oggi può dire di aver riportato sotto il controllo dell’orso russo il suo Paese. Ma ci è voluto tempo. E per quanto oggi possa suonare bizzarro, per un periodo significativo Mosca non ha apprezzato il suo stile di governo dispotico, che invece ha trovato un atteggiamento comprensivo da parte di alcuni Paesi dell’Ue. A cominciare dall’Italia.
In realtà dopo l’elezione Lukashenko fa capire abbastanza in fretta quale sia la sua idea di divisione dei poteri e libertà d’espressione: nel 1996, due anni dopo la sua vittoria a valanga, vieta le proteste contro la riforma che amplia i poteri del presidente a scapito del Parlamento. L’anno dopo incarcera giornalisti e oppositori: una mossa che lascia interdetta la Russia di Eltsin, tanto da far slittare il trattato di cooperazione Mosca-Minsk. A ottobre del ’97 chiude la fondazione Soros e la multa per tre milioni, l’anno dopo taglia l’acqua e la corrente alle ambasciate di cinque paesi europei, compresa l’Italia, costringendole alla chiusura. Nell’aprile del’99 è a Belgrado per abbracciare fraternamente Milosevic, colpito dall’intervento della Nato: è solo il primo di una collezione di amici imbarazzanti che negli anni annovererà anche Hugo Chavez e il politico israeliano di destra radicale Avigdor Lieberman. Nel 2001 la diplomazia italiana deve fare del suo meglio per ottenere la grazia per Antonangelo Piu da Banari, un ex militare italiano arrestato con l’accusa di spionaggio. Lukashenko la concede con la disinvoltura di chi ormai ha pienissimi poteri: oltre a concedere la clemenza al sardo chiude il McDonald di Minsk (per “tutelare la salute dei cittadini”) e le agenzie di modelle, perché “ci stanno portando via le donne più belle” proiettandole nella carriera internazionale. E poi dà via libera alle seghe elettriche nella parte bielorussa della foresta medievale di Bialowieza, dove vivono gli ultimi esemplari dell’antico bisonte europeo, e riserva a sé l’uso dell’appellativo “presidente”: chi ha un ruolo di vertice in qualunque ente o società, si trovi pure un sinonimo. Le elezioni seguono un copione fisso: le vince con percentuali che oscillano dal 75 per cento al 90, gli oppositori protestano in piazza e lui li fa arrestare. Per un po’ ha dei problemi con Mosca per il prezzo dell’energia, ma in compenso trova degli amici a Ovest: nel 2006 l’Ue vorrebbe sanzionarlo ma lo salva un fronte di Stati membri indulgenti che va da Cipro all’Italia. Gli vogliono bene anche all’Onu: a giugno 2007 il consiglio per i diritti umani depenna la Bielorussia (e Cuba) dalla lista dei Paesi sorvegliati speciali. Sulla lista dei cattivi restano Corea del Nord, Birmania, Sudan e Zimbabwe.
Nel 2008 provvisoria schiarita con Mosca: Lukashenko firma il trattato per una difesa aerea comune. Un anno più tardi, dopo l’ennesima persecuzione giudiziaria, si impicca Yana Palyakova, 33 anni, attivista e avvocata degli oppositori. Ci si potrebbe aspettare una dura reazione occidentale, eppure un mese dopo Lukashenko è a Roma. Ha un colloquio di tre ore con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e all’uscita dichiara: “Nessun leader europeo mi ha chiesto alcunché né alcuna riforma”. Sei mesi dopo Berlusconi ricambia la visita: è il primo leader occidentale a mettere piede a Minsk dopo 12 anni di isolamento politico. Emma Bonino la definisce “una politica estera misteriosa” . A settembre 2010 muore impiccato l’oppositore Oleg Bebenin, a dicembre il dittatore è rieletto trionfalmente. Lo stesso anno finisce in carcere un altro volto noto della dissidenza, Andrej Sannikov. Viene arrestata anche sua moglie, la giornalista investigativa Iryna Chalip. In seguito verrà rilasciata, ma lei e il figlioletto di tre anni avranno per mesi in casa gli agenti dei servizi. L’Ue ripristina le sanzioni ma la misura non sembra sortire un grande effetto: finisce in carcere l’attivista per i diritti umani Aleś Bialacki, che nel 2022 verrà insignito del Nobel per la pace insieme al Centro per le libertà civili ucraino e all’organizzazione russa Memorial.
Lukashenko cede alla russa Gazprom il controllo dei gasdotti bielorussi: è una resa significativa all’egemonia di Putin, un’umiliazione notevolissima per il piccolo zar di Minsk. Che non digerisce bene le mortificazioni e perciò, quando l’agenzia di marketing svedese Studio Total paracaduta sulla Bielorussia mille orsacchiotti con messaggi che inneggiano alla libertà, si innervosisce ed espelle l’ambasciatore di Stoccolma. Intanto l’economia ha problemi che vanno oltre l’approvvigionamento energetico, e quindi per decreto Lukashenko vieta le dimissioni agli operai del settore del legno e dell’edilizia.
Nel 2020 arriva il Covid, che non si può incarcerare né bloccare con una firma: Lukashenko ne nega l’esistenza. Più tardi ammetterà che esiste, ma vodka e lavoro nei campi sono più che sufficienti a prevenirlo. E per vincere le elezioni basta anche meno: se le aggiudica per la sesta volta con il 90 per cento dei voti. Per sicurezza, fra l’altro, ha fatto arrestare il suo principale avversario, Sergei Tikhanovsky. Al suo posto si è candidata sua moglie, Svetlana Tikhanovskaya, che grida ai brogli. Ma quando va a protestare alla commissione elettorale centrale viene trattenuta per tre ore: quando esce ammette che le elezioni sono regolari e invita la popolazione a non protestare. Ma la popolazione protesta lo stesso e Lukashenko fa scattare arresti di massa. Gli operai lo fischiano ed entrano in sciopero e lui fa chiudere le fabbriche ribelli. Svetlana Tikhanovskaya riesce ad andarsene e lo sfida dall’esilio, mentre scendono in piazza in centomila: altri arresti, anche di reporter. Ma soprattutto stavolta Vladimir Putin gli mette a disposizione le truppe russe per sedare le rivolte: è una di quelle cambiali che non si può finire mai di pagare. Lukashenko in ogni caso resta in sella: alla fine saranno 35mila i bielorussi incarcerati per aver protestato contro il regime. Che nel frattempo si sente sempre più onnipotente: nel maggio del 2021 un aereo Ryanair in volo da Atene a Vilnius è costretto da un aereo da guerra bielorusso ad atterrare a Minsk. A bordo c’è l’oppositore Raman Protasevic, che viene portato via in stato di arresto. L’episodio fa scalpore ma per la Bielorussia non ci saranno particolari conseguenze: di lì a otto mesi Putin invade l’Ucraina, è uno spartiacque storico. Lukashenko, ovviamente, decide di stare dalla parte di Mosca e ne diventa il primo vassallo: nel suo piccolo, e in un certo senso, l’Unione Sovietica l’ha ricostruita davvero. L’anno scorso è stato eletto per la settima volta.
