Lobbia, tanto di cappello per l’eroe dimenticato
Denunciò uno dei primi scandali dell’Italia unita, dall’attentato che subì nacque la moda del feltro con la piegaLa locandina delle celebrazioni organizzate da Asiago per il bicentenario della nascita e i 150 dalla morte di Cristiano Lobbia
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Cominciamo dalla parte aneddotica, l’unica che può strappare un sorriso. Era il 1869 quando il deputato Cristiano Lobbia intervenne alla Camera per difendere il proprio onore. Nei giorni precedenti, qualche ora prima che testimoniasse su uno scandalo che per primo aveva denunciato, uno sconosciuto gli aveva vibrato tre pugnalate e sferrato una bastonata sulla testa. La macchina del fango, che nessuno chiamava ancora così ma funzionava già benissimo, fece circolare una versione infamante: Lobbia in realtà aveva in mano poco di concreto e quindi, per non scoprire il bluff, aveva inscenato l’assalto ai propri danni. Indignato, Lobbia ostentò in Aula il cappello che portava al momento dell’aggressione: una bombetta con il solco lasciato dalla bastonata dell’attentatore. Il fatto fece scalpore e ci fu chi ne approfittò per lanciare il “cappello alla Lobbia”, cioè un cappello duro – all’epoca si chiamavano così – con la cupola piegata a metà. Fu una trovata fortunata, visto che parliamo ancora di lobbia per indicare il cappello classico, complemento obbligatorio dell’eleganza maschile più formale.
Quasi nessuno, invece, ricorda Lobbia con la maiuscola.
Il 30 gennaio è passato pressoché inosservato il bicentenario della sua nascita, vedremo presto se il 2 aprile avrà miglior fortuna mediatica il 150esimo della morte. Per ora risultano le celebrazioni programmate dalla sua Asiago per entrambe le ricorrenze, oltre a due testimonianze di spessore, abbastanza recenti e reperibili su carta e online. Una è “Lobbia e la prima Tangentopoli - Più del pugnale poté il fango”, un pezzo di Gian Antonio Stella che sul Corriere della Sera dell’11 giugno 2019 rievoca l’intera vicenda a 150 anni dall’attentato. L’altra è dell’ex magistrato Piercamillo Davigo, che la riporta nel suo libro “L’occasione mancata” (Laterza, 2021) e la racconta in alcune interviste in tv e online (per trovarle si può digitare “Davigo Lobbia” come chiave di ricerca su YouTube).
Davigo, nel suo libro: «La necessità di fronteggiare l’enorme debito pubblico aveva indotto a privatizzare la regia manifattura tabacchi. Disposte all’acquisto erano una cordata francese (che l’avrebbe pagata di più, subito e in contanti) e una cordata italiana facente capo a Pietro Bastogi, le cui condizioni erano meno favorevoli. La cessione avvenne a favore della cordata di Bastogi e l’opposizione insorse tacciando governo ed esponenti della maggioranza di corruzione, e chiedendo l’istituzione di una commissione d’inchiesta».
La proposta sembra destinata alla bocciatura ma in Aula prende la parola Lobbia. Già ufficiale garibaldino ora maggiore del regio esercito, eroe di guerra e parlamentare della sinistra liberale, dichiara solennemente di avere le prove della corruzione di alcuni deputati. L’annuncio fa sensazione, la commissione d’inchiesta viene istituita e il primo teste sarà proprio Lobbia.
Che però, la notte prima di andare a deporre, subisce l’attentato.
Stella: «Mentre svoltava in via dell’Amorino nel cuore di Firenze, come avrebbe scritto “La Riforma”, “un uomo uscì dall’ombra, gli si avventò di fronte e gli vibrò un colpo di stile diretto al petto. L’aggredito alzò istintivamente il braccio sinistro a difesa; lo stile ferì il braccio, passò fuor fuori un portafoglio di pelle, gonfio di carte, di quattro o cinque centimetri di spessore, che l’aggredito teneva nella tasca interna dell’abito al lato sinistro”. Quel portafoglio, entrato nel mito popolare, pareva contenesse proprio i plichi coi documenti dello scandalo prossimo a scoppiare. Plichi che il deputato aveva giorni prima sventolato nella sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, dove stava il Parlamento in attesa del trasloco a Roma».
Ancora Stella: «Un cappellaio fiorentino, letto che il sicario aveva dato al nostro una legnata in testa causando “come di un solco” sulla bombetta, si inventò qualcosa di simile e lo mise in vetrina: “Cappello alla Lobbia”». Ma a parte le trovate commerciali, resta il problema politico di quella cessione dei Monopoli al peggior offerente. Ancora Stella: «Puzzava, quel contratto. E montavano in Parlamento e sui giornali le voci di una distribuzione a vari deputati (una sessantina, giuravano alcuni) di azioni sottocosto del “Mobiliare” e di “zuccherini”, così eran chiamate le tangenti, con qualche “pan di zucchero” a chi contava di più».
La commissione d’inchiesta rischia di scoperchiare qualcosa di molto imbarazzante.
Davigo, intervistato per il podcast “Altro”: «Qualche tempo dopo Lobbia è in giro per Firenze con un suo amico e si accorge di essere pedinato. Ferma una pattuglia di reali carabinieri, come si chiamavano allora, si qualifica e dice: “C’è qualcuno che mi pedina e io ho già subito un attentato: vedete un po’ di che cosa si tratta”. I carabinieri si appostano e fermano un soggetto che risulta essere un ex frate ridotto allo stato secolare perché “pederasta”, cosa all’epoca scandalosissima. Questo viene portato a giudizio per non so che reato, forse molestie, e si difende dicendo: “Sì, è vero, lo seguivo ma perché è un bell’uomo: l’ho guardato, mi ha sorriso e io l’ho preso come un atto di incoraggiamento”. La stampa della maggioranza comincia una violentissima campagna contro Lobbia, dicendo: “Ha fatto arrestare questo disgraziato quando era stato lui a incoraggiarlo sorridendogli…”. E questa campagna va in crescendo, fino a dire: “Se si è inventato che quello lo pedinava, magari si è inventato anche l’attentato”.
E l’attentato viene davvero rimesso in discussione. Ora anche dalla magistratura.
Stella: «Il nuovo inquisitore Adolfo de Foresta, fedelissimo ai Savoia e avviato a una carriera di onori, cariche e prebende, ribaltò l’inchiesta, accusando Lobbia d’essersi inventato tutto. La Camera, teorizzando che l’immunità valeva solo a Parlamento aperto, chiuse fino al 17 novembre in attesa del verdetto sull’eroe da stroncare. Il ferroviere Francesco Scotti, il primo testimone, intimorito dall’enormità degli eventi, morì di “itterizia” perché per l’accusa “aveva mangiato troppi gelati e granite”. Sarebbe stata solo la prima di una dozzina di morti misteriose».
Lobbia si trova imputato in un processo già segnato: il ministro della Giustizia è intervenuto sulla Procura e poi sulla composizione del collegio giudicante, in modo da blindare il verdetto.
Davigo su “Altro”: «All’epoca c’era la dissenting opinion, cioè l’opinione dissenziente. Per cui uno dice: “No, è innocente”. Ma due lo condannano per simulazione di reato. Sulla base di testimonianze di prostitute - all’epoca le prostitute avevano bisogno della licenza di polizia, quindi erano condizionabili – che dicevano di “non aver sentito niente”, che poi non è neanche una prova». Lobbia fa ricorso, ma «il ministro della Giustizia cambia i giudici della Corte d’Appello (all’epoca non c’era l’attuale Costituzione e quindi non c’era l’inamovibilità). Confermano la condanna di Lobbia».
C’è ancora un ricorso da fare, quello alla Suprema Corte.
Davigo su “Altro”: «La Cassazione annulla con rinvio alla Corte d’Appello di Lucca, che non solo assolve Lobbia ma dice: “Hanno fatto delle porcherie immonde quelli che lo hanno condannato”, per cui questi verranno poi rimossi dall’ordine giudiziario». In teoria sarebbe un lieto fine, o circa. Però nel frattempo «Lobbia si è stufato. Si dimette da deputato, si dimette dal regio esercito, si arruola nell’armata dei Vosgi che è al comando di Garibaldi e va in Francia a combattere nella guerra franco-prussiana del 1870, vincendo le uniche due battaglie di parte francese, in una delle quali portano anche via la bandiera a un reggimento prussiano».
Lobbia ormai è a metà della quarantina. Rientra in Italia e si stabilisce a Venezia dove riprende a fare l’ingegnere, antica passione professionale prima delle armi e della politica. Alla fine del 1874 riprova a tornare in Parlamento, sempre con la sinistra, ma per una manciata di voti fallisce l’elezione. L’anno dopo il nuovo processo di secondo grado voluto dalla Cassazione gli restituisce la sua onorabilità, assolvendolo. Si spegnerà poco più di un anno dopo, cinquantenne, secondo la versione più diffusa ucciso dal crepacuore.
