Badu ’e Carros carcere duro. Duro non solo per i detenuti che in quelle celle erano rinchiusi ma anche per una città che mal lo sopportava. In tempi in cui i sequestri di persona erano una costante e la criminalità era usa ad alzare il tiro, la prigione di massima sicurezza incombeva su Nuoro e su una Barbagia, invece, di massima insicurezza. Ci volle tanto tempo e parecchia dedizione della politica perché quel penitenziario tornasse nel perimetro della normalità. E adesso che vi aleggia nuovamente lo spettro del 41 bis, riaffiorano dai sepolcri della memoria gli spettri di un passato che non è stato mai dimenticato semplicemente perché non si può dimenticare. Nuoro non vuole più vivere il buio della ragione e  stagioni infauste. Damnatio memoriae? Sarebbe opportuno, ma non si può. Oggettivamente.

La massima sicurezza sembrava confinata nel passato quando il carcere nuorese parve tornare a una presunta normalità. Ma prima di una delicata transizione, che oggi si rivela illusoria, i pavimenti della celle di quella galera furono lastricati di cadaveri. Mentre Badu ’e Carros ospitava terroristi e mafiosi, compresi colonnelli e reclute di cosa nostra, della camorra e della ndrangheta, in galera morivano di morte violenta personaggi eccellenti della criminalità organizzata, capace di contaminare la malavita sarda.

Questo ha fatto sì che spesso si generassero violente tensioni al suo interno, nonché nuove alleanze. Tra le vittime delle faide consumate dentro il carcere ci furono Biagio Iaquinta, cosentino, e Francesco Zarrillo, di Caserta. Si scoprì che autori e ispiratori di quel delitto furono Pasquale Barra, noto come o' Animale, il boia delle carceri, il genovese Cesare Chiti e Marco Medda, affiliato al clan nella Nco di Raffaele Cutolo.

Francis Turatello (archivio Us)

Un anno dopo il delitto che suscitò la più vasta eco mediatica. Il 17 agosto del 1981 cadde a Badu ’e Carros Francis Turatello, il boss della mala milanese. Sembrava una mattinata come tante. Invece fu l’anticamera dell’inferno. Turatello lasciò la cella per l’ora d’aria ma trovò ad attenderlo, nel cortile del penitenziario, quello che sembrava un plotone d’esecuzione. Armato non di fucili ma di coltelli. Tre, quattro, non si ricorda più quanti fendenti raggiunsero il boss che cessò di vivere in una pozza di sangue. A Nuoro morì anche Luciano Liggio, il capomafia di Corleone che a Badu ’e Carros visse i suoi ultimi giorni. Non fu morte violenta. Semplicemente il suo cuore cesso di battere: infarto del miocardio, recitava il referto del medico del carcere.

Ora non tutti, comprensibilmente, sono disposti a seppellire ogni cosa con quelle salme. La città, la Barbagia e l’intera Isola si ribellano alla prospettiva che Badu ’e Carros torni a essere la Caienna sarda. Per di più lastricata di cadaveri. La ratio della rivolta è racchiusa in considerazioni banali ma per ciò stesso logiche. Un mafioso in galera significa un affiliato alla porta. Gli spifferi dal carcere – questo il fondato timore – porterebbero in città il vento maleodorante di una illegalità radicata e sanguinaria. Per rubricare il pericolo che deriva dalla reintroduzione del 41 bis nelle carceri sarde è esaustivo leggere un pensiero di Fulvia Murru, una delle menti più lucide del mondo sindacale sardo, di recente eletta segretaria generale della Uil nell’Isola. «La sicurezza – ha sottolineato una sua nota – è un valore costituzionale. È un pilastro dello Stato di diritto. Ma proprio per questo non può essere affrontata con decisioni sbilanciate o calate dall’alto, senza una valutazione seria dell’impatto sui territori. La Sardegna non può diventare la risposta automatica alle criticità del sistema penitenziario nazionale».

La segretaria generale della Uil Fulvia Murru (Us)

Dati nudi e crudi certificano la sostanza delle osservazioni di Fulvia Murru. «Al 31 dicembre 2025 – osserva la leader della Uil – negli istituti dell’isola risultano presenti 2.608 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare che si attesta poco sopra i 2.500. Il tasso di affollamento supera il 100%, con situazioni di particolare pressione negli istituti di Uta e Bancali. Nell’Isola si concentra inoltre una quota molto rilevante di detenuti in alta sicurezza: oltre 600, tra cui numerosi sottoposti al regime previsto dall’Articolo 41-bis. È un dato oggettivo: l’Isola svolge già una funzione nazionale nel sistema carcerario italiano. Una funzione che non abbiamo mai messo in discussione, ma che non può trasformarsi in una sproporzione permanente. Non si tratta di contestare la legalità o il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta di equilibrio istituzionale».

Il richiamo ai valori costituzionali, oggi messi in discussione da un vento che soffia malauguratamente perfino dalle stanze di alcuni poteri dello Stato, è proprio l’elemento su cui si deve fondare la ribellione della Sardegna e dei sardi a un futuro che si teme possa trasformare l’Isola in un immenso penitenziario. E le coscienze più limpide sono pronte a muoversi come si mobilitarono ai tempi in cui fu fondato il timore di vedere il territorio disseminato di missili, oppure di scorie nucleari o ancora, per tornare a oggi, di pale eoliche. A proposito di missili, somigliò a una sentenza la dichiarazione rilasciata a quel tempo da Francesco Masala, fine intellettuale di Nughedu Santa Vittoria. Il governo – questo il senso delle sue parole – non sa dove mettersi i missili. In Sardegna noi di spazi non ne abbiamo. Quindi vedano un po’ loro dove metterseli». Anche per quanto concerne mafiosi, o criminali di grosso calibro in genere, la Sardegna oggi è pronta a dare analoghi suggerimenti.

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