Leggere o rileggere, questo (non) è il problema
Quanto ci parlano di noi i romanzi ritrovati: parla Marcello Fois, che come Borges è «più fiero dei libri letti che di quelli scritti»Particolare di "San Girolamo nello studio" (1474-75) di Antonello da Messina, conservato nella National Gallery di Londra
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Per parlare di letture con qualcuno che ha qualcosa da dire, un pensiero da condividere, può andare bene qualunque spunto, anche fragile. Perfino il cinquantenario di una puntata di “Ring”, su Rai Due, che aveva come ospite Enrico Berlinguer. Il segretario del Pci era reduce da un’influenza, che lo aveva costretto ad annullare molti impegni ma gli aveva, finalmente, consentito di dedicarsi alla lettura. Il conduttore, quel signore del giornalismo che era Aldo Falivena, gli domandò che cosa amasse leggere e Berlinguer rispose che lui, in realtà, più che leggere amava rileggere. Ad alcuni parve un atteggiamento sorprendentemente conservatore da parte del capo dei comunisti. Altri apprezzarono il rigore da politico-intellettuale che non svolazzava fra le novità editoriali ma rimeditava i classici. Mezzo secolo dopo, nell’ultimo scorcio dell’estate e quindi della stagione che più delle altre si presta alle letture e alle riletture, proviamo a capire se il derby lettura-rilettura ha un senso proponendolo a una persona che scrive molto, ma ha sempre letto molto più di quanto abbia scritto: Marcello Fois, romanziere (il suo “L’immensa distrazione” nei giorni scorsi si è aggiudicato il premio letterario Isola d’Elba – Raffaello Brignetti), sceneggiatore, saggista, poeta e commediografo.
Lei legge o rilegge?
Leggo e rileggo. Però aggiungerei che quando scrivo, tendenzialmente rileggo.
Perché?
Perché capita che mi occorrano delle cose, e in questi casi non mi va di esplorare: preferisco andare sul sicuro. Perciò se devo riprendere un certo ritmo lo vado a pescare dove lo avevo trovato. E se ho in mente una frase che voglio citare, vado a rileggerla.
Questo quando scrive. Invece da lettore punto e basta come si comporta?
In realtà io sono - prima di tutto e preliminarmente - “un lettore punto e basta”. Nel senso che l’esperienza da lettore è l’elemento portante di tutta la mia gestione dell’esistenza. E come Borges, anche io vado più fiero dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto. E dato che le letture sono collegate - perciò leggendo una cosa può venirmene in mente un’altra, che ho già letto e che vado a rivedere - in questo mio essere geneticamente un lettore poi mi capita, da scrittore, di pensare di aver mutuato da qui o da lì un elemento, un concetto, più o meno consapevolmente. È un po’ un’esplorazione nelle cose che faccio, con un elemento di alterità nel mio sguardo sulla mia produzione. Poi c’è la rilettura integrale, che è un’altra cosa.
Cioè?
Mi capita di dedicare un po’ di tempo a rifare totalmente una lettura che avevo fatto da giovane, per vedere come si è trasformata nel tempo. “Guerra e pace”, per esempio. Oppure “La storia” di Elsa Morante. E rileggendo questi libri capisco come sono cambiato io, e come si adatta quel patrimonio a ciò che sono diventato. D’altra parte scrivere è metà del lavoro, l’altra metà la fa il lettore.
È un esercizio che può riservare delle delusioni.
L’anno scorso mi sono rituffato nelle passioni meno che adolescenziali, quelle dei tredici anni, e in effetti ho trovato un po' di cose deludenti. Ho capito che “Il ritratto di Dorian Gray”, per dire, non lo sopporto. Perché mi era piaciuto tanto? Chissà. Ci sono altre cose di Wilde che mi piacciono ancora, ma quello l’ho trovato proprio insostenibile.
Altri vecchi amori appassiti?
Prevert lo leggerò mai più. García Lorca invece sì. Steinbeck non mi piace più come un tempo, ma resto ferocemente appassionato di Faulkner. E poi ho riletto Cronin: bah, insomma, ma perché...? Eppure lo leggevo un sacco. E devo dire che anche rileggendo me stesso capisco che alcune cose sono attinte da quell’universo e non le riscriverei più.
Se ne pente?
Questo no: non mi pento mai, quel che è scritto è scritto. E poi c’è ancora un’altra categoria: le cose che rileggo per motivi dinamici.
Ovvero?
Quando sono scarico, moscio, rileggo Eliot e Whitman e mi aumentano subito il voltaggio. Ma i poeti in generale sono una specie di ricarica, una powerbank.
E la saggistica?
La leggo e la rileggo, e ci sono periodi in cui mi piace moltissimo anche farla. Chiaramente parlo di saggistica letteraria, l’altra spesso mi annoia o peggio ancora mi angoscia. D’altra parte come lettore di saggistica ho un approccio abbastanza primordiale, o comunque non strutturato come in altri campi. Nei giorni scorsi all’Elba ho incrociato Di Feo, anche lui in finale ma con un saggio, un libro sui guerra dei droni. Ho cominciato a leggerlo.
Risultato?
A pagina 10 ero in un tale stato di ansia che l’ho mollato. Perché devo soffrire tanto?
Certi romanzi sono ancora più ansiogeni.
Però quando a coinvolgerti è la narrativa comunque c’è un filtro: sai che qualcun altro ha pensato, immaginato un universo parallelo e lo sta agendo per te. Invece questo tipo di saggi, peraltro utilissimi, ti raccontano un universo ripugnante che purtroppo è quello reale. Ma questo è solo un lato della questione. L’altro è il paradosso dei nostri giorni: vogliamo un giornalismo che sembri narrativa e una saggistica che sembri narrativa.
Il giornalismo agghindato da narrativa ha fatto bei danni: tutto quel parlare di “storytelling” che si faceva fino a qualche tempo fa…
Guardi che li fa tuttora, gli enormi danni: le persone non sono più abituate alla notizia ma all’enfasi, addirittura allo stile. L’informazione di per sé non conta, conta il dato narrativo. E nel frattempo quelli che fanno davvero narrativa stanno lì ad arrotolarsi su minuzie: “Forse ho l’ulcera”, “Da tempo non vedo più mia mamma”… E tu lettore stai lì, costretto a spiare dal buco della serratura degli universi paralleli costruiti senza alcun impegno etico, mentre parallelamente l’informazione fa storytelling sparando baggianate. E guardi che a me lo storytelling va bene, però devi chiarire molto nettamente fino a che punto inventi e fino a che punto hai competenze strutturali. E invece non è mica sempre chiaro.
Mentre la narrativa…
Guardi, il narratore deve fare una cosa: raccontare l’ordinario in maniera straordinaria. Costruire mondi che permettano al tuo patrimonio, alla tua vita di entrare in gioco. E invece ormai non si parla che di spoiler: “Attenti allo spoiler, fermiamoci che non voglio spoilerare…”. Ma basta! Questa storia di un amore contrastato tra due giovani lombardi, ai tempi della peste sotto la dominazione spagnola, continuo a leggerla anche se so già che Renzo e Lucia si sposeranno? Oppure rinuncio? Tristano e Isotta varranno qualcosa anche se mi hanno spifferato come andrà a finire fra loro?
Oltre che di rileggere, le capita anche di riscrivere?
Sì, soprattutto se mi imbatto in un concetto che ho già espresso senza sufficiente profondità. E in effetti quando mi rileggo individuo un sacco di cose già dette altrove, anzi alcune mi pare che siano proprio un’ossessione. Tendenzialmente scriviamo sempre lo stesso libro, in realtà, ma in rapporto alla nostra evoluzione. Aggiungi gli elementi che le nuove esperienze ti consegnano, ti cimenti e ti rimetti in gioco ampliando il patrimonio della tua storia. Ma se invece fai prodotti di mercato, se segui un format, allora non ti cimenti in niente: hai uno schema e lo riproduci. Cambi i nomi, certo, e qualche circostanza. Ma non ti rivolgi a un lettore, bensì a un voltatore di pagine. Ne vedo tanta di questa letteratura confermativa, e badi è confermativa in tutti i sensi.
Vale a dire?
È roba che ti lascia lì dove sei e anzi ti assesta su posizioni già acquisite, risapute. Ha presente tutta questa paraletteratura su personaggi femminili che va di moda da un po’, tutte queste postine-filatrici-ostetriche, tutte con le copertine in quadricromia che attingono a certi pittoricismi anni Venti, non a caso quelli della marcia su Roma? Beh, è roba pericolosissima.
Sarà mediocre, tutt’al più.
No, pericolosissima. Perché sta confermando una figura femminile che la Deledda in confronto sembra un’autrice del Tremila: la donna è forte perché trova la propria forza nella passione, così come trova la propria nobiltà nel sacrificio e nell’adoperarsi per i maschi che ha intorno. A noi sembra una moda editoriale ma è la premessa del fascismo.
Addirittura.
Ma sì, è la riproposizione di libro e moschetto. Guardi che la letteratura non è mai neutrale, ma anzi crea il terreno sostanziale della politica. Come fai a intruppare un lettore? Partendo da un non lettore, che puoi sbalordire quando vuoi con un po’ di trucchi ai quali non è abituato, però gli proponi un prodotto che sostanzialmente potrebbe scrivere anche lui, che gli faccia cascare la mascella eppure non lo faccia sentire inadeguato. Altrimenti si offende.
Perché?
Ma perché oggi siamo al crollo dell’autorevolezza. Quello lì sa operare a cuore aperto, ma guai se mi dici che di cardiochirurgia se ne intende più di me perché ci resto male: siamo al disastro antropologico, altroché. E infatti siamo governati da una donna eppure la figura femminile non è mai stata in pericolo come oggi. Se Giorgia Meloni avesse fatto il suo lavoro ci avrebbe impermeabilizzato al vannaccismo, ma siccome è una donna che si esalta se la chiamano “il presidente”, allora eccoci qua con il libro e il moschetto, appunto.
Siamo partiti da Berlinguer e finiamo con Vannacci.
Che d’altra parte è il rilettore – e il riscrittore – per eccellenza. E può inventarsi qualunque illimitata bestialità senza che nessuno abbia gli strumenti per alzare un dito ed eccepire
