L’austerity del 1973 e l’incubo di un nuovo imminente choc petrolifero
Il precedente che spaventa gli italiani: il Governo impose limitazioni ferree. Auto bloccate da domenica 2 dicembre e città invase dalle biciclette: così si arrestò lo sviluppoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
L’improvvida guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha riacceso in Italia una paura sepolta sotto oltre mezzo secolo di storia: lo choc petrolifero del 1973. In questi giorni chiunque abbia titolo e ruolo per occuparsi della crisi mediorientale modella il temuto precedente sulla misura dei propri obiettivi. Lo citano gli economisti per dire che certo, se fosse di lunga durata sarebbe una pessima notizia per l’economia. Lo esorcizzano i politici ripetendo – più a se stessi che agli altri – che bisogna riprendere il dialogo per evitare di finire risucchiati nel gorgo di una crisi mondiale. Lo temono visceralmente milioni di cittadini che non sarebbero in grado di sostenere i nuovi aumenti di bollette e carrello della spesa. Ma qualcuno sa esattamente cosa accadde 53 anni fa?
L’Austerity
C’è una data spartiacque. Il 22 novembre 1973 il Consiglio dei ministri vara una serie di misure per contrastare la brusca frenata della produzione di petrolio e l’embargo imposto dai governi arabi agli stati filo-israeliani come ritorsione per la guerra del Kippur che contrappose gli eserciti di Egitto e Siria a quello di Israele. Va da sé che il prezzo dei carburanti schizzò alle stelle, l’Italia e i Paesi occidentali si trovarono a fare i conti con la fine della ininterrotta crescita economica fiorita dopo la seconda guerra mondiale. Scriveva il Corriere della Sera sabato 1 dicembre: «Domani le automobili non si fermeranno dinanzi all’edicola che venderà questo giornale: la passeggiata a piedi per procurarsi il quotidiano diventerà uno dei riti dei giorni di festa, senza le quattro o le due ruote a motore».
La restrizioni
Il sito Novecento.org fa una sintesi delle limitazioni imposte dal Governo Rumor che dà il senso del momento più di mille analisi: “Il divieto di circolazione ai mezzi motorizzati su tutte le strade pubbliche, urbane ed extraurbane, dalle ore 0 e sino alle ore 24 di tutti i giorni festivi (domeniche o infrasettimanali); multe da centomila lire a un milione per i contravventori e sequestro immediato del mezzo. Misura estesa anche ai rappresentanti delle istituzioni, compreso il Presidente della Repubblica; le deroghe ammesse riguardarono gli automezzi di vigili del fuoco, corpi armati di polizia, medici, furgoni postali, mezzi per la distribuzione dei quotidiani, ministri del culto all’interno dei Comuni di residenza, auto del corpo diplomatico. Per gli spostamenti gli italiani potevano utilizzare treni, aerei, navi, taxi, nonché gli automezzi delle linee pubbliche o con licenza di servizio da noleggio. Il provvedimento riguardava anche imbarcazioni e aerei privati. I negozi e gli uffici pubblici dovevano anticipare la chiusura: per i primi il limite massimo autorizzato era alle ore 19, per i secondi alle ore 17.30. Anche bar, ristoranti e locali pubblici erano obbligati a chiudere alle 24, mentre cinema, teatri e locali per lo spettacolo potevano rimanere aperti fino alle 22.45, con tolleranza sino alle 23. Anche i programmi televisivi dovevano chiudersi entro le 22.45/23.00; l’illuminazione pubblica doveva essere ridotta del 40 per cento, mentre le scritte o insegne luminose commerciali nelle vetrine e all’interno di negozi e altri locali pubblici dovevano essere spente. L’Enel fu autorizzata a ridurre del 6-7 per cento la tensione erogata tra le ore 21 e le 7”.
Gli effetti
Il tasso di inflazione s’impennò fino a raggiungere il 12,5 per cento: oggi l’Unione europea ha come obiettivo il 2 per cento. Il poderoso giro di vite durò dal primo dicembre al 10 marzo del 1974, poi allentato con la circolazione a targhe alterne. Le restrizioni svanirono domenica 2 giugno 1974. Ma un messaggio arrivò chiarissimo agli italiani: lo sviluppo incontrollato era un gigante con i piedi d’argilla, un nonnulla l’avrebbe potuto abbattere. Ci fu un dibattito sugli eccessi della società dei consumi, in quei mesi oggetto della critica ferocissima del regista Marco Ferreri e del suo film “La grande abbuffata”. Prevalse la voglia di chiudere in fretta tra due parentesi il periodo di austerity. Un’occasione (persa) per rielaborare le abitudini quotidiane rendendole sostenibili.
