Nel carcere di Uta ogni giorno è Pasqua. Ogni volta che sorge il sole c’è un uomo o una donna che tentano di risorgere e trovare la forza di tenere duro sino a quando le porte blindate della cayenna con troppi detenuti e pochi agenti non si aprono per fine pena o permesso. Nel piazzale desolato - senza neanche un punto di riparo dal sole, dalla pioggia o dal vento – mogli, compagne, madri, padri o figli aspettano con ansia il passaggio nell’Ufficio matricola dove ritirare gli oggetti lasciati prima della detenzione. Poi l’abbraccio e via, con la promessa di non ritornarci mai più. Non per tutti sarà così.

Domenica di Pasqua, come per tutte le più importanti festività religiose, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi ha visitato chi è senza il bene più prezioso. E’ arrivato nella casa circondariale intitola a Ettore Scalas da solo, senza codazzo di presbiteri o laici. Ad accoglierlo il direttore Pietro Borruto e il comandante della Polizia penitenziaria Alessandro Caria.

Pietro Borruto, direttore del carcere di Uta

La cappella del carcere è stracolma, nella platea centrale gli uomini, nel palco in alto a destra le donne, a sinistra il coro di Capoterra. Gli agenti a vigilare affinché la festa non prenda pieghe inaspettate.

L’omelia di monsignor Baturi è carica di speranza. Un sentimento non facile da raggiungere dietro le sbarre. «Il Figlio di Dio dopo il Martirio è risorto e continua a camminare per a raggiungere tutti gli uomini, non importa a quale profondità: Lui ci raggiunge. C’è qualcosa di più profondo del male e del dolore: è Dio». L’arcivescovo focalizza il discorso sulla pietra del sepolcro di Gesù Cristo, rimossa il mattino di Pasqua, che simboleggia la vittoria sulla morte e la risurrezione. «Nessuna pietra può impedire l’incontro con il Padre. Perché si può essere liberi dentro e prigionieri fuori. Anche in cella c’è qualcosa che si può fare per costruire la storia e rendere migliore l’ambiente. Coraggio, affrontate il futuro con speranza. Auguri». 

A Uta, l’articolo 27 della Costituzione spesso viene disatteso. E non certo per colpa degli agenti o del direttore. Le celle potrebbero ospitare 561 detenuti (tra loro 20 donne e 50 detenuti in Alta sicurezza), domenica erano 745, ben 178 in più. «Tecnicamente mettiamo la quarta branda», spiega Borruto. Non è l’unico problema. «Circa l’80% dei detenuti ha problemi psichiatrici, e molti hanno la doppia diagnosi a causa della tossicodipendenza. Noi facciamo il possibile con i programmi di recupero grazie alla preziosa collaborazione di Caritas, Domus de Luna, Rotary e Fondazione Giulini». C’è poi la carenza di agenti. «Abbiamo una forte insufficienza, poco personale rispetto a quello previsto, anche perché tanti sono in distacco». Quando arriveranno i 41 bis? «Non lo so, la vicenda è di competenza del Dap di Roma».

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